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 SUL TEMPO

a cura di Pina Tropea

Il ricordo di un’immagine, l’eco di un verso e il presente .

Lo incontravo, quasi tutte le mattine, nel mese d’agosto, quando il sole era già alto e incominciava a picchiare forte.


Stretto nel suo grigio vestito, non sembrava subire il disagio del caldo e dell’afa, che appesantiva l’aria. Candida era la sua camicia , spaccata sul davanti, dall’azzurro di una cravatta, su cui brillava il rosso sangue di una spilla con rubino.


Si sosteneva poggiando la bianca e scarna mano sul braccio di una bionda signora dai tratti somatici tipici delle donne dell’Est.


La sua andatura era lenta ma non incerta. Il portamento mostrava,ancora, i segni di una passata fierezza .

Misurati i suoi gesti per fare un cenno di saluto, per cedere ad altri il passo, per porgere, con discrezione, il suo obolo sul sagrato della chiesa.

Andava a Messa.

Evocava, il suo aspetto ieratico e solenne, quel “vecchio e distinto signore” disegnato dalla mano poetica dello spagnolo Machado.


E, come quel nobile vecchio, si portava addosso la desolata malinconia della vita che si appresta ad abbandonare il proprio tempo.

Mi capitò di vederlo una sola volta, di sera. Seduto su una panchina, adagiava lo sguardo lento e distaccato sul fermento ancora vivo della bella stagione  che, ormai, si avviava al tramonto.

Non lo rividi mai più.

Se ne era andato così, con l’estate: quieto e sereno.

Volle solo portare con sé, per il suo ultimo viaggio, la cravatta azzurra e la spilla col rubino.

Era una persona perbene.

Un uomo d’altri tempi.

Un galantuomo.


Ed è a lui, a questo vecchio e distinto signore, che ho rivolto, spesso, il pensiero mentre sentivo snocciolare la triste teoria numerica delle vite falcidiate dall’infernale virus che,ancora, infetta il mondo. Tante vite soffocate. Vite spezzate,partite da sole, senza sentire la stretta di una mano rassicurante, che le accompagni nell’estrema avventura.

Impossibile dare un senso a tanto dolore e tanta sofferenza. Forse, col tempo, riusciremo a dissodare la crosta di ansie e di paura, che, ora, non ci consente di avere la percezione piena della tragedia che ha colpito il mondo.

E,così, il pianto, per il dramma vissuto, è salito fino alla gola, senza , tuttavia, esplodere nell’urlo liberatorio. Ci vuole tempo perché il lutto si sciolga in pianto e perché la vita possa riprendere il ritmo naturale del suo respiro.

Un aforisma di Voltaire dice che il tempo è galantuomo:fa decantare tensioni, calma i marosi e li scioglie nella quiete; stempera insanabili conflitti, placa rancori, riassegna l’ordine alle cose e dà luce alla verità. Apre uno sguardo più pacato e sereno sul mondo .Inclina al perdono .

Ma, si dice, anche, che il tempo è tiranno. E’ Kronos il dio greco che divora tutti suoi figli. E’inflessibile, crudele e impietoso questo grande Moloch, che macina qualsiasi forma di vita incappi tra le sue mole senza risparmiarne alcuna.

Io non so cosa sia e come sia il tempo, né se esso ci sia o possa esserci fuori di noi. Sono solo certa che ogni vita ha il suo tempo: siamo noi a intagliarlo, a scolpirlo, a dilatarlo, a sospenderlo, a seconda del respiro e del ritmo che diamo al nostro agire quotidiano, a seconda dei pensieri che sviluppiamo e dei sentimenti che proviamo. E, soprattutto, a seconda dell’intensità della presenza con cui “ci siamo”, “ con cui stiamo nel mondo”.

Non credo in una teleologia dei fatti e degli accadimenti.Certo qualcosa di noi con noi stessi, di noi con gli altri, di noi col mondo , forse, va ripensata e forse anche cambiata.

Uno spot pubblicitario dice, più o meno così: “Diamo più vita al tempo e non più tempo alla vita”.

Buona vita a tutti noi.

14 Maggio, 2020

 
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