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ASSOCIAZIONE “BIBLIOTECA DELLE DONNE DI SOVERATO”
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IL DISASTRO ECOLOGICO IN CORSO: NON LEGGETE SE NON SIETE OTTIMIST*

A cura di Paola Nucciarelli

Le pagine che seguono riguardano delle sintesi di testi vecchi e nuovi sull’ecologia che ho letto nel corso degli anni e il sunto di alcuni docufilm ecologisti e hanno lo scopo di sensibilizzarci nel cercare di guarire il nostro povero pianeta martoriato, ma lo si può fare solo se si vuole e se si è ottimisti/e… I testi consultati sono a firma sia femminile che maschile perché penso che quando si parla del benessere/malessere della Terra si debba sentire cosa hanno da dire tutti, tutte e tutt*. Questo lavoro lo si può considerare anche una sorta di “work in progress”, poiché io sono sola a leggere, ma ci sono tanti e tante a scrivere…

Con New Deal, (nuovo patto o nuovo accordo), si intende il piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937, allo scopo di risollevare il Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli Stati Uniti d'America a partire dal 1929. Il New Deal fu attuato seguendo le idee dell’economista J.M. Keynes che consigliò che lo stato intervenisse nell’economia attraverso anche grandi opere che aumentassero l’occupazione, oltre ad altre riforme. In realtà, fu necessario un secondo New Deal e poi solo con la Seconda Guerra Mondiale l’economia statunitense ebbe un vero boom attraverso il notevole sviluppo dell’industria bellica. A posteriori, secondo eminenti economisti, anche di fazioni avverse come i liberisti, il New Deal non fu miracoloso, ma lo fu il senso di ottimismo che Roosevelt riuscì a trasmettere agli americani.

Sono passati più di ottant’anni e… e abbiamo bisogno ancora di ottimismo.

Kierkegaard in Aut Aut prende in giro l'uomo indaffarato per il quale darsi da fare è un modo per evitare di guardare a se stesso con sincerità. Magari vi svegliate di notte e vi accorgete di sentirvi soli nel vostro matrimonio o di dover pensare a ciò che i vostri consumi stanno facendo al pianeta, ma il giorno dopo avete un milione di piccole cose da fare e il giorno dopo ancora un altro milione. Finchè sarete impegnati con le piccole cose non dovrete fermarvi ad affrontare le questioni più grandi”, scrive Jonathan Franzen nel saggio “La fine della fine della Terra”.

Lo scrittore ambientalista appassionato di birdwatching, argomenta che la nostra ansia per le catastrofi future ci scoraggerebbe dall’affrontare problemi ambientali risolvibili qui e ora, ma allo stesso tempo, come trovare un significato nelle nostre azioni quando sembra che il mondo stia per finire? Nel capitolo “Perché gli uccelli sono importanti” sostiene che se potremo vedere ogni uccello del mondo vedremo il mondo intero.  Per sopravvivere in tanti habitat diversi le circa 10.000 specie di uccelli del mondo si sono evolute in una spettacolare varietà di forme che sono altrettanto eterogenee dal punto di vista comportamentale.  Ma gli uccelli non sono morbidi e pelosi, eppure per molti aspetti sono più simili a noi di quanto non lo siano gli altri mammiferi perché costruiscono elaborate abitazioni per allevarvi la famiglia e fanno lunghe vacanze invernali in posti caldi. Gli uccelli fanno anche quello che tutti vorremmo saper fare ma che ci riesce solo un sogno: volano.

Esiste però una capacità essenziale che gli esseri umani possiedono e gli uccelli no: quella di dominare l'ambiente.

Ora l'uomo sta cambiando il pianeta, la superficie, il clima e gli oceani troppo in fretta perché gli uccelli possano evolversi di conseguenza. È vero che cornacchie e gabbiani prosperano nelle discariche, ma il futuro di quasi tutte le altre specie alate dipende dall'impegno che metteremo nel preservarle. Ci possiamo domandare se il loro valore giustifica lo sforzo, un valore inteso nel senso economico, di utilità per gli esseri umani.  Senza stare ad elencare i vari compiti essenziali che hanno i volatili come impollinare, spargere semi e fungere da cibo per i mammiferi predatori… ecc…  gli uccelli possono utilmente indicarci lo stato di salute dei nostri valori etici.

Un motivo per cui sono importanti è che rappresentano il nostro ultimo legame con un mondo naturale che sta scomparendo. Sono i rappresentanti più visibili e diffusi della vita sulla Terra prima che arrivassero le persone e condividono una linea di discendenza con i più grandi animali mai esistiti. “Consegnare gli uccelli all'oblio significa dimenticare di chi siamo figli” sostiene J. Franzen.  

Senza essere dei puritani, si può sostenere che i cambiamenti climatici ci porteranno presto in un domani infernalmente surriscaldato in cui arriverà il giorno del giudizio, a meno che non ci pentiamo e cambiamo vita, dove saremo tutti peccatori nelle mani di una Terra arrabbiata.  

Se ci si domanda se sono più importanti gli uccelli degli esseri umani, logicamente chiunque abbia un po’ di sale in zucca propenderebbe per i secondi, ma secondo Franzen, dovremmo combattere il rischio di estinzione dei volatili nel presente, lavorare per ridurre i numerosi pericoli che stanno decimando le popolazioni di uccelli e investire in progetti di conservazione su larga scala poiché queste non sono le uniche cose che dovrebbe fare chi tiene alla natura, poiché avrebbe un  senso non farle solo se il problema del riscaldamento globale assorbisse tutte le risorse di ogni gruppo ambientalista.

Sostiene anche che gli Stati Uniti, che sono il secondo produttore al mondo di gas serra, non hanno ancora adottato seri provvedimenti contro i cambiamenti climatici, non con Obama, tantomeno con Trump. Citando poi, il filosofo Dale Jamieson afferma che il motivo per cui il sistema politico statunitense non può adottare provvedimenti, non è solo perché i produttori di combustibili fossili finanziano i negazionisti e comprano le elezioni come pensano molti progressisti, ma il motivo sta anche nella democrazia stessa. Una buona democrazia, dopotutto, agisce nell'interesse dei cittadini e sono proprio i cittadini delle democrazie ad alte emissioni a beneficiare della benzina buon mercato e del commercio globale, mentre le conseguenze del nostro inquinamento ricadono soprattutto su chi non ha il diritto di voto: i paesi poveri, le generazioni future e le altre specie animali. L’elettorato statunitense, in altri termini, è razionalmente egoista.

In generale, noi esseri umani oltre che saccheggiatori universali, siamo sempre stati campioni di adattamento, ma ora stiamo provocando estinzioni di massa, maggiori di quelle che ci sono state nel passato.  Il drastico calo demografico degli uccelli marini ha molte cause. La pesca eccessiva delle acciughe, oltre che di altri piccoli pesci preda, priva direttamente pinguini, sule e pulcianelle delle calorie necessarie a riprodursi. La pesca eccessiva dei tonni, che nei loro spostamenti spingono i pesci più piccoli verso la superficie dell'oceano, può impedire a berte e procellaria di raggiungere le loro prede. I cambiamenti climatici che alterano le correnti oceaniche, stanno già causando fallimenti riproduttivi.

L'inquinamento da plastica soprattutto nell’oceano Pacifico, intasa le interiora degli uccelli e può provocarne la morte per fame. La minaccia numero uno per gli uccelli marini, tuttavia, sono i predatori introdotti dall’uomo: ratti gatti e topi che infestano le isole dove gli uccelli si riproducono. Franzen ci racconta per esempio, che i topi arrivarono nell'isola sudafricana Marion nel diciannovesimo secolo, sulle navi baleniere e fochiere. Per contenerne l'espansione, negli anni 40 del secolo scorso il governo sudafricano introdusse alcuni gatti che ben presto s’inselvatichirono e anziché uccidere i topi, si misero a decimare le specie di uccelli più piccole che nidificano sull'isola.

L'autore ci mette in guardia anche sul cambiamento climatico per quanto riguarda l’acidificazione degli oceani, perché a un certo punto gli invertebrati marini non riusciranno più a fabbricarsi il guscio; il krill, un agglomerato di questi invertebrati, è un alimento essenziale per molte specie di pinguini. Il cambiamento climatico sta anche riducendo rapidamente i ghiacciai che circondano la penisola antartica, e questi ghiacci forniscono una piattaforma per le alghe di cui il krill si nutre in inverno…

Ci hanno detto che, come specie, gli esseri umani sono programmati per non guardare lontano, per ignorare un futuro che tanto potrebbe non arrivare mai. E così per sopravvivere in un mondo moderno dove anche il sistema politico ed economico imperante premia la miopia, impariamo a pensare, o non pensare come un pessimo guidatore..., beviamo da un bicchiere di carta e ce ne sbarazziamo. Negli Stati Uniti si buttano via 30.000 bicchieri di carta al minuto. Lontano, in un altro continente, la foresta pluviale atlantica del Brasile è stata abbattuta per creare vaste piantagioni di eucalipto che riforniscono il mondo di carta…  “ Continua con una grande dose di ironia: “La nostra vita è già abbastanza complicata senza che ci portiamo dietro per tutto il giorno un bicchiere riutilizzabile…. e anche se lo facessimo, sappiamo di vivere in un mondo progettato per pessimi guidatori… gli esseri umani sono esseri umani e sono programmati come sono programmati ci penseremo quando sarà il momento. “ 

Il cambiamento climatico ha molte caratteristiche in comune con il sistema economico che lo sta accelerando poiché analogamente a questi, è transnazionale, ha effetti imprevedibili e dirompenti, si autoalimenta ed è inevitabile. Il capitalismo tende verso una monocultura globale, verso l'estinzione della differenza a livello di specie e promuove l'idea che solo la tecnologia potrà risolvere il problema delle emissioni di gas serra.

In sintesi, è una reazione semplice, mentre il lavoro di conservazione, al contrario, è complesso come un romanzo. 

Franzen cita anche la biologa statunitense Rachel Carson e il suo testo “Primavera silenziosa”, il libro che ha motivato il moderno movimento ambientalista dagli anni Sessanta in poi. È un interessantissimo testo che andrebbe letto da tutti e tutte, ma soprattutto reso obbligatorio nelle scuole da chi ci governa, se ci fosse qualcuno con una minima onestà intellettuale.

Carson denuncia, in un periodo in cui la parola “ambiente” non era contemplata nel vocabolario politico, l’impatto che l’uso sfrenato e ignorante dei pesticidi e dei diserbanti stava facendo sulla salute pubblica e sull’ambiente. “Anche se inavvertito, un truce fantasma cammina al nostro fianco, e la catastrofe… può facilmente diventare tragica realtà” scrive. Lo scrive nel 1962, circa sessant’anni fa. Il saggio è una minuziosa analisi degli effetti in agricoltura dell’uso degli insetticidi chimici, e di sostanze velenose, inquinanti e cancerogene o mortali sugli esseri umani e sulla natura. Carson spiega in largo anticipo che l’industria che produce sostanze chimiche sintetiche è figlia della Seconda Guerra Mondiale, quando si era alla ricerca di aggressivi chimici per uso bellico e che tali sostanze, a differenza dei semplici insetticidi inorganici (piretro, zolfo, rame…) possiedono un’enorme attività biologica, poiché oltre ad avere un immenso potere come veleni, sono in grado di inserirsi nei processi vitali e  possono anche stimolare in certe cellule quel mutamento lento e irreversibile che conduce alla cancerogenesi. Gli insetticidi moderni sono molto più nocivi del vecchio arsenico.  La maggior parte di essi appartiene al gruppo DDT noto anche come dicloro-difenil-tricloroetano. Fu scoperto da un chimico tedesco nel 1874, ma le sue proprietà insetticide non furono scoperte che nel 1939 e poi il DDT fu scelto come arma per combattere le malattie provocate dagli insetti e vincere la battaglia degli agricoltori contro i parassiti. Allo scopritore, lo svizzero Paul Muller fu assegnato il premio Nobel. L’endrina è ad esempio, il più tossico idrocarburo clorurato, perché   possiede una tossicità 15 volte superiore al DDT per i mammiferi, 30 volte per i pesci e 300 volte in alcune specie di uccelli. Uno dei casi più gravi di intossicazione si è avuta quando in una casa infestata da scarafaggi una famiglia cosparse un insetticida a base di endrina.   Nonostante l’allontanamento preventivo durante la disinfestazione e il lavaggio successivo dei pavimenti, il loro cane morì la sera stessa e il bimbo di un anno si intossicò gravemente riportando gravi handicap.

L’altro gruppo di insetticidi, quello dei fosfati organici, è composto di sostanze chimiche velenose come poche altre al mondo. In Florida, ci racconta la Carson, due ragazzi che avevano trovato un sacchetto vuoto e se n'erano serviti per riparare un’altalena furono colti poco dopo dalla morte e tre dei loro compagni di giochi caddero ammalati.

Gli insetticidi organici a base di fosforo agiscono sugli organismi viventi in modo singolare: hanno la proprietà di distruggere gli enzimi, quelle sostanze che adempiono funzioni tanto fondamentali per il corpo umano. Il loro bersaglio preferito è il sistema nervoso, perciò furono tanto “utili” per la produzione dei micidiali gas bellici. “Il pericolo per il personale addetto all’aspersione di insetticidi organici a base di fosforo nei campi, nei frutteti e nelle vigne è tanto grave che in alcuni stati americani dove viene fatto uso di queste sostanze chimiche esistono laboratori specializzati per facilitare ai medici la diagnosi e la cura. Gli stessi medici possono incorrere in qualche pericolo se non usano guanti di gomma quando visitano i loro pazienti intossicati e  altrettanto può capitare alle lavandaie che lavano gli abiti delle persone contaminate.” Il malathion, un altro fosfato organico  noto a quasi tutti quanti come il DDT perché è impiegato dai giardinieri o come insetticida domestico contro la lotta alle zanzare, è considerato il meno velenoso fra i disinfestanti di questo gruppo e la pubblicità commerciale incoraggia tale valutazione ottimistica, ma solo perché il fegato di noi mammiferi lo rende relativamente inoffensivo sostiene Rachel Carson, ma sempre se non ci sono interazioni con altre sostanze chimiche… altrimenti la tossicità viene aumentata se non potenziata…

Poi esistono gli insetticidi sistemici, tutti prodotti per sintesi, che hanno la proprietà di permeare tutti i tessuti di una pianta o di un animale e renderli tossici agli insetti, ma la tossicità rimane sul raccolto prodotto, ci mette in guardia Carson. Anche la guerra alle erbe infestanti ha stimolato una larga e crescente produzione di sostanze chimiche note con il termine di erbicidi e la favola che erbicidi siano tossici solo per le piante e non costituiscano una minaccia per la vita animale ha una larga diffusione, sostiene la scienziata, ma sfortunatamente non corrisponde a verità  perché gli erbicidi comprendono varie sostanze chimiche che aggrediscono i tessuti animali non meno di quelli vegetali e hanno un'azione notevolmente diversa sugli organismi: alcuni sono veleni generici, altri stimolano il metabolismo con tale violenza da provocare un pericoloso aumento della temperatura corporea, altri che possono agire in concomitanza con altri prodotti chimici, favoriscono la insorgenza di tumori maligni, altri colpiscono il patrimonio genetico delle specie provocando mutazioni genetiche. Inoltre, mentre i pericoli che derivano da erbicidi, come l’arsenico di sodio o i fenoli sono noti ora a tutti, gli effetti di altri sterminatori di gramigna costituiscono un’insidia più grave. Perché ci sono alcuni che vengono classificati come mutageni cioè capaci di modificare i geni dai quali dipende l’ereditarietà… Se siamo giustamente atterriti dagli effetti generici della radioattività come possiamo allora restare indifferenti di fronte gli stessi effetti provocati dalle sostanze chimiche che disseminiamo pazzamente attorno a noi?

Nel capitolo quarto Carson ci parla dell’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee a causa degli scarichi chimici di fabbriche, dei residui radioattivi, degli scarichi domestici.  Ma non solo, ci descrive minuziosamente quello che l’uomo ha combinato in un lago di montagna  a 150 chilometri a nord si San Francisco in California immettendo un insetticida, addirittura in concentrazione molto bassa, esattamente il DDD, parente stretto del DDT, per annientare le zanzare che disturbavano i pescatori… in breve l’aumento di concentrazione dall’aria all’acqua, ai pesci, infine agli uccelli che si nutrivano di loro aveva fatto sì che si era creata una “fabbrica vivente” di tossicità che si autoalimentava potenziandosi anche dopo due anni dall’interruzione dell’insetticida tanto che era presente nei pesci appena nati, e naturalmente nei pesci pescati, creando problemi alle ghiandole surrenali umane.

Il capitolo quinto interessa il suolo che è abitato da un'incredibile abbondanza e varietà di forme viventi se ciò non fosse, il suolo sarebbe una cosa morta e sterile.  “Con la loro presenza e la loro attività le miriadi di organismi (batteri, funghi, acari, atteri, actinomiceti… e lombrichi) stanziate sul suolo consentono ad esso di alimentare il verde manto della vegetazione terrestre”.  Nel suolo esiste una comunità in cui si intrecciano le varie forme di vita ciascuna legata in qualche modo all'altra. Le creature viventi dipendono dal suolo, ma il suolo a sua volta è l’elemento vitale della Terra solo se vi prospera tale comunità insita in esso. Carson ci mette di fronte a un altro problema: “Cosa succede a questi innumerevoli e necessari abitatori del terreno quando i veleni chimici si diffondono il loro mondo o per immissione diretta come sterilizzanti o trascinati dalla pioggia che ne è contaminata?” Carson scrive con delusione che l'ecologia del terreno ha suscitato ben poco interesse anche negli scienziati ed è quasi completamente ignorato da chi dirige le disinfestazioni. Una delle cose più importanti da ricordare a proposito degli insetticidi e la loro lunga persistenza nel suolo è che non si misura in mesi, ma in anni. Alcune sostanze vi sono stata ritrovate dopo quattro anni e si legge che il cloruro di benzene perdura almeno 11 anni e così via… Irrorazioni apparentemente modeste di insetticida ripetute per anni e anni possono accumulare nel suolo una spaventosa quantità di veleni. Anche l’arsenico ci fornisce un caso di avvelenamento del suolo praticamente permanente, per esempio, nonostante questo non sia più utilizzato dal 1940. Infatti, è contenuto nelle sigarette fabbricate col tabacco coltivato in America ed è aumentato del 300% del 1932 al 1952, e analisi successive hanno accertato aumenti che raggiungono il 600%.

Ci troviamo quindi alle prese con un secondo problema non dobbiamo preoccuparci soltanto di ciò che accade al suolo, ma chiederci anche in quale misura gli insetticidi vengono assorbiti dal terreno e introdotti nei tessuti vegetali… molto dipende dal tipo di suolo, dalla coltura e dalla concentrazione dell'insetticida ovviamente… e forse nel futuro prima di procedere alla semina di certe culture occorrerà analizzare il suolo se abbia subito disinfestazioni, altrimenti le coltivazioni anche se non irrorate con alcun insetticida, possono assorbire dal terreno i vecchi residui e produrre prodotti inutilizzabili per la vendita.

Carson, la moderna Cassandra, ci dice: “Poiché l'uso degli antiparassitari continua, e con esso proseguirà anche l’accumulo di residui virtualmente indistruttibili, è quasi certo che andremo incontro a funeste conseguenze.”

Oltre alle varie piante che sono velenose per l'uomo e per il bestiame o che costituiscono un'insidia per le piante coltivate, molte altre vengono condannate allo sterminio semplicemente perché crescono nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, come ad esempio le piante spontanee ai limiti delle strade.

La scomparsa dei fiori selvatici, delle siepi lungo le strade di campagna e attorno ai campi che procurano agli uccelli cibo e un ambiente adatto alla nidificazione, piante che rappresentano l'habitat di api selvatiche di altri insetti che provvedono all’impollinazione sono molto più importanti per l'uomo di quanto egli non creda.

Sugli erbicidi di più largo impiego ci sono opinioni alquanto controverse riguardo la loro tossicità, ma è stato appurato che gli animali, tanto quelli selvatici che il bestiame da allevamento, sono spesso attratti da una pianta irrorata da insetticidi anche se non fa parte del loro nutrimento abituale e che successivamente hanno contratto gravi malattie o intossicazioni. Carson dopo minuziosi esempi, raccomanda la disinfestazione selettiva della vegetazione e il controllo biologico, che è il sistema più naturale.  La lotta contro l'erba di San Giovanni, dannosa per il bestiame, può essere attuata attraverso una specie particolare di insetti che se ne nutrono così copiosamente da impedirne l’eccessiva diffusione, oppure un certo lepidottero riesce a distruggere una foresta di cactus selvatici con un costo anche molto più basso.

Nel capitolo “Un’inutile strage” Carson ci descrive gli effetti di una guerra mortale fatta a colpi di  insetticidi  sparati dagli aerei contro un coleottero importato dal Giappone nel 1916, la Popilia japonica, che procurò un disastro ambientale raccapricciante, con uccelli morti per le strade dei paesi, gatti morti, conigli selvatici e fagiani decimati… Episodi come questi ci pongono di fronte a un quesito non soltanto scientifico ma anche morale, dice Carson, si tratta di stabilire se una civiltà può muovere una guerra incessante alla vita senza distruggere se stessa e senza perdere il diritto di chiamarsi civile.

Su zone sempre più vaste del suolo statunitense la primavera non è ormai preannunziata dagli uccelli e le ore del primo mattino risonanti una volta del loro bellissimo canto appaiono stranamente silenziose.”, Così inizia l'ottavo capitolo dal titolo “Conseguenze dell’uso degli insetticidi sulla vita degli uccelli”, in cui Carson ci racconta che la lotta ai coleotteri che portavano alla morte dell’olmo bianco, ha portato di fatto all’estinzione, per la sterilità del pettirosso che si nutriva dei lombrichi contaminati e con questa specie, un’elevata mortalità di altre 20 specie di uccelli. Alcuni mammiferi furono coinvolti, poiché i lombrichi fanno parte dell’alimentazione del procione e dell’opossum, oltre che del topo ragno e della talpa e che passano il loro veleno agli uccelli che li assalgono, come i barbagianni. Nel 1958 anche le rondini furono duramente colpite. In sintesi, si chiede: “Si può salvare con qualche altro sistema un po' meno ottuso la vita degli alberi senza distruggere quella degli uccelli? Nell'economia della natura, non si salvaguardano forse l'un l'altro? E non è quindi possibile favorire questo sviluppo equilibrio naturale senza distruggerlo? Gli olmi pur essendo magnifiche piante ombrose non sono “vacche sacre” e non giustificano un’interminabile campagna di distruzione contro le altre forme di vita e inoltre, può essere che non si riesca né a salvare le une, né gli altri. Carson continua raccomandandosi di piantare alberi di specie diverse per evitare una eventuale epidemia specifica…  sarebbe semplice vero? Un altro uccello americano che è a rischio d’estinzione, è l’aquila, il simbolo nazionale. Già nel 1960 aveva subito una preoccupante falcidia, per la riduzione della capacità riproduttiva. Esperimenti su altri uccelli hanno dimostrato che il DDT e altri insetticidi affini, anche se non determinano danni visibili nelle coppie di uccelli adulti incidono gravemente sulla loro funzione riproduttiva. Tali importanti studi indicano che il veleno insetticida colpisce una generazione di individui anche se non è più a diretto contatto con essa. L’accumulo di materiale tossico nell’uovo, nella sostanza del tuorlo destinata ad alimentare l’embrione in via di sviluppo, è un virtuale foriero di morte e spiega perché alcuni esemplari hanno cessato di vivere prima ancora di uscire dall’uovo o pochi giorni dopo.

Il capitolo continua su cosa stava succedendo in Inghilterra alle volpi, ai colombi e alle pernici o ai merli nell’Indiana meridionale, ma interessante e  bellissima è la sua riflessione: “Chi ha permesso che venisse messa in moto questa spirale di progressiva intossicazione questa onda di morte che si allarga come le increspature prodotte dalla caduta di un sasso in uno specchio d'acqua? Chi ha messo su un piatto della bilancia le foglie che possono essere state mangiate dai coleotteri e sull'altro un restante mucchietto di piume dai 1000 colori, tutto quello che rimane degli uccelli abbattuti indiscriminatamente dalla mazzata dei veleni insetticidi? Chi ha deciso - chi aveva il diritto di decidere - a nome delle innumerevoli schiere di persone che non vennero consultate che la cosa più importante da farsi è quella di cancellare dalla faccia della Terra gli insetti anche se ciò comporterà l'avvento di un mondo sterile su cui non si alza più il volo di un solo uccello? Tale arbitrio denuncia la temporanea intrusione di un principio autoritario nell'esercizio del potere essa tradisce la buona fede di milioni di cittadini per il quale la bellezza e l'ordine del mondo naturale hanno ancora un significato profondo e inalienabile.”

Il capitolo nono affronta le cause dirette e indirette della morte dei pesci, che soffrivano indubbiamente della contaminazione chimica delle acque, mi sembra ovvio che sia così ancora adesso nonostante l’utilizzo di insetticidi e diserbanti di nuova generazione, sigh…

Carson continua nei successivi capitoli illustrando gli effetti delle disinfestazioni aeree indiscriminate, del contatto quotidiano con i veleni, degli effetti sui meccanismi intimi della cellula e quanto i prodotti sintetici moderni siano cancerogeni e non sto qui a spiegarli poiché Carson, essendo biologa lo fa scientificamente, ma credetemi sulla parola: la realtà supera la fantasia.

Ma il capitolo che mi fa ancora più impressione è il quindicesimo che Carson intitola “La natura si ribella alla violazione dell’uomo” perché per ironia della sorte il mondo degli insetti attraverso un processo di selezione genetica sta sviluppando ceppi più resistenti alle sostanze chimiche che nel frattempo hanno avvelenato l’ambiente e il sedicesimo dove spiega che dopo la comparsa del DDT e di altri composti ebbe inizio la vera “Era della Resistenza” degli insetti. Sebbene la resistenza degli insetti sia una questione che interessa prettamente l'agricoltura e la silvicoltura e nel campo della salute pubblica che si nutrono le più gravi apprensioni sostiene la biologa. La relazione fra molte specie di insetti e numerose malattie che colpiscono l'essere umano è nota da molti secoli, come la mosca domestica sia in grado di contaminare i nostri alimenti, come le zanzare trasmettano la febbre gialla e altre l’encefalite, come il pidocchio veicoli il tifo, e la peste provenga dalle pulci dei ratti,  le varie forme febbrili dalle zecche… Carson sostiene che l'elenco delle specie resistenti include ormai quasi tutti i gruppi di insetti aventi importanza medica e che l'industria chimica comprensibilmente era restìa a prendere in considerazione lo spiacevole fenomeno dell'aumentata resistenza degli insetti.  Rileva inoltre che le operazioni di controllo mediante insetticidi stavano diventando sempre più costose e più frequenti, perché, in sintesi, soltanto gli insetti più robusti sopravvivevano all'attacco chimico, quegli insetti che possedevano le qualità necessarie per sfuggire al danno e che sarebbero diventati genitori di una nuova generazione che per semplice eredità, avrebbero avuto le qualità di resistenza proprie degli antenati. “Ne deriva -dice Carson- che le razioni intensive con sostanze chimiche potenti riescono soltanto ad aggravare il problema invece di risolverlo”.  E faccio un esempio per tutti: In Malesia, a Kuala Lumpur le zanzare da prima reagivano al DDT fuggendo dai luoghi chiusi dove esso era cosparso, ma in seguito acquistarono una tale refrattarietà da posarsi addirittura sulle superfici dove lo strato di DDT era deposto. Se la domanda che ci si pone è che se gli insetti acquistano la refrattarietà, la potrebbe acquisire anche il genere umano, la risposta è che la potrebbero acquisire attraverso centinaia di generazioni e quindi centinaia di anni, se non millenni, mentre agli insetti è sufficiente qualche anno poiché molte specie si riproducono in pochi giorni o settimane.

Che possiamo commentare… da parte mia dico: Aiutoooo!!!

Siamo di fronte a un bivio, scrive Carson sessant’anni fa: percorrere a tutta velocità una bellissima autostrada verso il disastro o imboccare una strada tortuosa che ci consenta di conservare l’integrità della Terra.

Le alternative da scegliere ci sono e sono molteplici per quanto riguarda la lotta agli insetti, come la lotta di una specie contro se stessa, rendendo sterile il maschio della specie, utilizzando afrodisiaci per catturare i maschi di alcune specie, utilizzando gli ultrasuoni… o i microrganismi batterici e infine combattere una specie parassita con un’altra specie predatrice, perché la Natura sarebbe autoregolatrice se le lasciassimo fare il suo lavoro.

L'attuale mania per le sostanze tossiche non ha tenuto in alcun conto le considerazioni di molti scienziati di utilizzare nuovo ingegnosi e creativi propositi di risolvere il problema della coesistenza del genere umano con le altre creature della terra ed è davvero estremamente triste che una scienza così immatura abbia avuto a propria disposizione le armi più moderne e terribili che, nella lotta contro gli insetti, finisce per rivolgere contro la stessa Terra su cui viviamo, conclude Carson.

Rachel Carson venne attaccata duramente dopo la pubblicazione del saggio in esame, fu definita “isterica” grazie ai soliti stereotipi di stampo patriarcale e venne messa in discussione anche la sua credibilità scientifica… No comment.

A dispetto dei suoi detrattori, Primavera silenziosa gettò i semi per il moderno movimento ambientalista, e ha inciso in qualche modo sulle amministrazioni governative, multinazionali permettendo, altro sigh.

 

Vandana Shiva, l’attivista politica e ambientalista indiana, nell’introduzione al suo libro del 1988 “Terra madre – sopravvivere allo sviluppo” ci metteva già in guardia sulla natura che stava morendo e metteva in luce coloro che si battevano per sostenere e conservare la vita contro il modello patriarcale di sviluppo: le donne indiane.

Con la distruzione delle foreste e delle terre, con la contaminazione delle acque stiamo perdendo quei sistemi che sostengono la nostra vita. Questa distruzione si sta propagando nel nome dello sviluppo e del progresso, ma deve esserci qualcosa di profondamente errato in un'idea di progresso che minaccia la stessa sopravvivenza! La violenza sulla natura che pare intrinseca al modello di sviluppo dominante è anche associata alla violenza sulle donne che dipendono dalla natura in quanto ne traggono nutrimento per se stesse, per le proprie famiglie e per le società in cui vivono.”

Il libro di Shiva rappresenta un tentativo, anche filosofico, di dimostrare come le donne indiane che vivono in ambiente rurale - e che sono ancora inserite nella natura - percepiscano e esperimentino la distruzione ecologica in atto e le sue cause e come esse abbiano ideato e intrapreso azioni che non solo inibiscono la devastazione della natura, ma ne favoriscono anche la rinascita.

Questo libro concentra l'attenzione sulla scienza e sullo sviluppo come progetti patriarcali in quanto neutrali rispetto alla classe alla cultura e al sesso.

La scienza moderna e lo sviluppo - sostiene - sono progetti di origine maschile e nati in Occidente sia storicamente sia ideologicamente, perché la rivoluzione scientifica in Europa trasformò la natura da terra mater in macchina per la fornitura di materie prime per poi arrivare al processo di produzione di manufatti per la massimizzazione dei profitti. L’industrialismo ha creato un appetito di risorse naturali che non conosce limiti e la scienza moderna ha fornito l'autorizzazione etica e conoscitiva che ha reso un tale sfruttamento possibile accettabile e persino desiderabile. Il nuovo rapporto di dominio e signoria dell'uomo sulla natura è stato di conseguenza associato a nuovi modelli di dominio e supremazia sulle donne che sono state escluse da qualunque partecipazione alla pari sia nella scienza sia nello sviluppo, denuncia Vandana Shiva.  

L’odierna attività di sviluppo nel Terzo Mondo sovrappone alle comunità fondate sulle culture del Sud i paradigmi scientifici ed economici creati dall’Occidente e l’ideologia fondata sul predominio di un sesso sull'altro. La distruzione ecologica e l’emarginazione delle donne, ora lo sappiamo, sono state gli inevitabili risultati di molti programmi e progetti di sviluppo basati su tali paradigmi essi violano l'integrità della natura e distruggono la produttività delle donne.”

Le battaglie quotidiane sostenute dalle donne per la protezione della natura hanno luogo nel contesto gnoseologico ed etico delle categorie dell’India antica in cui la natura è “prakrti”, un processo vitale creativo il principio femminile da cui sorge ogni forma di vita. I movimenti ecologisti femminili rappresentando la conservazione e il recupero del principio femminile, sorgono da un’ideologia di liberazione aliena dalle distinzioni di sesso, diversa sia dall’ideologia del patriarcato - fondata sulla discriminazione sessuale - su cui si sviluppa il processo di distruzione ecologica e il dominio delle donne, sia dalle risposte - sempre basata sulla distinzione dei sessi - che l'Occidente ha proposto fino a poco tempo fa.”

Nel I capitolo “Sviluppo, ecologia e donne”, Shiva affronta lo spinoso problema del colonialismo come sia stato visto una necessità costante nella crescita capitalistica e che quindi che la creazione di ricchezza era in perfetta concomitanza dell’altrui povertà ed espropriazione. Il land grabbing.[1] E cosa importa l’altrui povertà, se l’altrui è altro da noi? Sigh.

Le Nazioni Unite proclamarono il decennio della donna nel 1975 che si fondava sulla convinzione che dall'espansione ed alla diffusione del processo di sviluppo sarebbe derivato automaticamente il miglioramento della posizione economica delle donne. Alla fine del decennio, divenne chiaro che il problema stava proprio nello sviluppo e la causa del crescente sottosviluppo che colpisce le donne è stata l’insufficiente e inadeguata partecipazione allo sviluppo e anche la loro partecipazione forzata e asimmetrica per cui ne hanno sopportato i costi senza condividerne i benefici. L'elitarismo e l'espropriazione tipiche dello sviluppo hanno aumentato i processi coloniali di degrado ecologico e la perdita del controllo politico sulla base di sussistenza naturale. Alla fine del famoso decennio dell'ONU per la donna, un documento collettivo di donne attiviste organizzatrici e ricercatrici, tranne poche eccezioni, ha portato alla conclusione che i livelli relativi di accesso da parte delle donne alle risorse economiche, ai redditi e all’occupazione sono peggiorati: il loro carico di lavoro è aumentato e la loro situazione sanitaria nutrizionale ed educativa ha subito un’involuzione in senso relativo e anche assoluto.

L'allontanamento delle donne dall’attività produttiva con l'espansione dello sviluppo si spiega con il fatto che i progetti di sviluppo si sono appropriati o hanno distrutto la base naturale di risorse indispensabile alla produzione di sussistenza e quindi alla sopravvivenza. Così esso ha distrutto la produttività delle donne sottraendo la terra, l'acqua e le foreste alla loro gestione al loro controllo e distruggendo dal punto di vista ecologico il terreno, l'acqua e gli ecosistemi vegetali. Sono state lese la produttività e la rinnovabilità della natura.

Ignorare il lavoro della natura nel suo autorinnovarsi e il lavoro delle donne nella produzione di sussistenza sotto forma di risposta ai bisogni fondamentali e vitali, è una parte essenziale del paradigma del malsviluppo, che considera improduttivo tutto il lavoro che non produce profitti e capitale. “

Come ha detto Maria Mies[2], questo concetto del surplus si basa su un concetto patriarcale, che considera solo i profitti, non la vita.

Shiva cita il Mahtma Gandhi “Sulla Terra c'è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare l'ingordigia di pochi. “

Secondo Vandana Shiva il malsviluppo (correntemente definito crescita economica o PIL) è tale nel pensiero e nell’azione questa prospettiva viola l'integrità e l’armonia fra uomo e natura e tra gli uomini e le donne, spezza l'unità cooperativa fra il maschile e femminile e pone l'uomo spogliato dal principio femminile al di sopra della natura delle donne, e da entrambe separato. La violenza nei confronti della natura - rivelata dalla crisi ecologico- e la violenza nei confronti delle donne - rivelata da loro assoggettamento e sfruttamento – sorgono dalla prevaricazione del principio femminile.   In pratica, la natura e le donne diventano oggetti passivi da usare e sfruttare per i desideri incontrollati e incontrollabili dell'uomo alienato da creatrice sostenitrici della vita, la natura e le donne vengono ridotte a essere “risorse” nei modelli del malsviluppo frammentario e contrario alla vita.

Ciò che il patriarcato considera lavoro produttivo, in termini ecologici è produzione distruttiva. Allora, le lotte politico-ecologico delle donne, dei contadini e dei tribali in paesi come l'India sono ancora più acute e urgenti perché derivano dalla minaccia immediata all'opzione della sopravvivenza che una crescita economica ha dato consumo e spreco di risorse pone alla grande maggioranza della popolazione, a beneficio esclusivo di una minoranza.

Le popolazioni che vivono in un’economia di sussistenza non sono povere, nel senso di “spogliate”, ma l’ideologia dello sviluppo le dichiara povere perché non partecipano all’economia di mercato, né consumano merci prodotte per il mercato multinazionale e non si vestono con fibre sintetiche, bensì di fibre naturali o di abiti fatti a mano.

Si deve fare chiarezza: la sussistenza, come povertà concepita in senso culturale, non implica necessariamente una qualità fisica di vita insoddisfacente. L'abbondanza invece genera bisogni nuovi e artificiali che richiedono un aumento continuo della produzione di manufatti industriali e di servizi. Le economie tradizionali non sono avanzate dal punto di vista della soddisfazione dei bisogni superflui, ma per quello che invece riguarda la risposta alla necessità fondamentali della vita.

Bisogna tenere presente che la povertà dei nomadi Afar non deriva dalla inadeguatezza della vita nomade tradizionale, ma dalla sottrazione dei pascoli produttivi nella valle dell’Avash, per esempio. Senza farla tanto lunga si può sostenere che il paradosso e la crisi dello sviluppo nascono dalla errata identificazione della povertà percepita in senso culturale con la reale povertà materiale e dall’errata identificazione della crescita della produzione di merci con una più ampia soddisfazione dei bisogni fondamentali. I risultati attuali del processo di sviluppo sono: meno acqua, meno suolo fertile, meno ricchezza genetica. Dato che queste risorse naturali sono la base dell'economia della natura e della economia di sussistenza delle donne, la loro scarsità impoverisce con intensità mai vista le donne ed emargina le popolazioni.  Il recupero del principio femminile permette di trascendere e trasformare queste basi patriarcali del malsviluppo. Si tratterebbe quindi, secondo Vandana Shiva, di un progetto politico e al tempo stesso ecologista femminista in grado di affermare quel modo di conoscere e di essere che crea il benessere sostenendo la vita e la diversità e che toglie legittimità alla scienza e alla pratica della cultura della morte, fondamenti dell’accumulazione capitalistica.

Nel capitolo “Scienza, natura e genere”, Shiva fa notare che solo da poco tempo la cultura femminista ha iniziato a rendersi conto del fatto che il sistema scientifico dominante è sorto come forza di liberazione, non dell’umanità intera, ma come progetto maschile e patriarcale, tant’è che Sandra Harding l’ha definito “progetto occidentale, borghese, maschile” che ha seguito il metodo sperimentale baconiano[3]. Una dicotomia tra uomo e donna, pensiero e materia, oggettivo e soggettivo, razionale ed emotivo. Tale metodo non era neutro, obiettivo e scientifico, ma maschile, aggressivo nei confronti della natura e dominatore nei confronti della donna, secondo Shiva.

Una filosofia meccanicistica boyleiana[4] ha ridotto i saperi antichi dei nativi americani a ridicole idee di esseri inferiori e solo da poco grazie a nuove consapevolezze ecologiche si rende valore a convinzioni di popoli autoctoni per vivere in armonia con la natura.

Shiva definisce “riduzionista” la moderna tradizione epistemologica della rivoluzione scientifica che è peculiare al moderno patriarcato occidentale perché riduce la capacità degli esseri umani di conoscere la natura escludendo sia altri agenti di conoscenza, sia altre vie di conoscenza.  Ci dobbiamo ricordare, infatti, la caccia alle streghe che è stata in larga misura un processo di delegittimazione e distruzione della competenza delle donne europee nel XVI secolo, tanto che le donne furono completamente escluse dalla pratica della medicina e della farmacopea perché le “donne sapienti” correvano il rischio di essere dichiarate streghe.

La visione del mondo riduzionista, la rivoluzione industriale e l'economia capitalista sono state le componenti filosofiche, tecnologiche ed economiche di uno stesso processo che mira alla massimizzazione dei profitti. Nel paradigma riduzionista, ad esempio, una foresta viene ridotta a legno commerciale e il legno alla fibra di cellulosa per l'industria della polpa e della carta. Le foreste, la terra e le risorse genetiche vengono quindi manipolate per aumentare la produzione di polpa di legno e questa manipolazione può, in realtà, diminuire la risorsa acqua nella foresta o ridurre la diversità delle forme di vita che costituiscono una comunità forestale. L'ecosistema vivente diversificato viene dunque violato e distrutto dalla silvicoltura scientifica. In questo modo la scienza riduzionistica è alla radice della crescente crisi ecologica. 

L'esclusione da parte della scienza riduzionistica delle altre tradizioni di conoscenze triplice: ontologica, per il fatto che le caratteristiche altrui non vengono nemmeno considerate; epistemologica, per il fatto che gli altri metodi di percezione e conoscenza non vengono riconosciuti; sociologica, per il fatto che i non specialisti e i non esperti sono privati sia del diritto di accesso alla conoscenza, sia del diritto di giudicare le affermazioni fatte nei loro confronti”.

Tutto questo secondo Shiva è una faccenda di politica non di scienza, e anche se a difesa della scienza moderna si è sostenuto che non è la scienza in sé a condurre la violenza, bensì il suo cattivo utilizzo politico e l'applicazione tecnologica priva di principi etici. La scienziata sostiene che questa affermazione è indifendibile poiché la scienza e la tecnologia sono diventate inseparabili da un punto di vista conoscitivo e che questa amalgama è stata incorporata nel complesso scientifico-militar-industriale del patriarcato capitalistico!

Il problema non è solo tra l'uso e l'abuso della tecnologia, Il problema è che la scienza vista come progresso a cui il mondo sembra dover obbedire, viene fatta nei laboratori e il risultato scientifico e la sua trasformazione materiale viene immesso nella natura senza considerare le sue implicazioni.

Perché mai più mutamenti di pensiero (nel senso di progressi scientifici) dovrebbero necessariamente significare una teorizzazione più razionale superiore dal punto di vista conoscitivo?

La verifica e la convalida di un sistema scientifico dovrebbero significare anche una convalida nella pratica dove la pratica e la sperimentazione sono le attività realmente vitali nella società e nella natura. Il recupero intellettuale del principio femminile crea nuove condizioni tali da permettere alle donne nelle culture non occidentali di diventare le protagoniste principali del ripristino della democrazia in ogni aspetto della vita come forze che controbilanciano la cultura intellettuale della morte e della marginalità creata dal riduzionismo. I movimenti ecologisti sono movimenti politici che lavorano per un ordine mondiale non violento in cui la natura viene conservata per permettere la sopravvivenza”. Scrive Shiva.

Nel terzo capitolo “Le donne nella natura” ci viene illustrato come le donne indiane siano intimamente connesse con la natura: La natura animata e inanimata, prakrti, è un'espressione di śakti, il principio femminile creativo dell'Universo, che unendosi al principio maschile purusa, crea il mondo.

Prakrti afferma: “Solo io e nient’altro, sono la madre che dà la vita.” È venerata come aditi, l’immensità primordiale, l’inesauribile, la fonte dell’abbondanza.

Il legame di vita e nutrimento fra l'essere umano e la natura si oppone radicalmente dall'idea dell'uomo come essere separato che domina la natura. Una buona illustrazione di questa differenza è il culto quotidiano del basilico sacro nella cultura indiana e anche al di fuori di essa, una piccola erba coltivata e venerata quotidianamente in ogni casa. Da più di 3000 anni viene usato nella medicina Ayurveda e ora anche la medicina occidentale gli riconosce diverse proprietà… Indipendentemente dalle sue doti, il culto della piantina avviene in quanto è simbolo del cosmo. Dissetando e adorando ogni giorno il basilico sacro le donne rinnovano il legame della casa con l'Universo, i suoi processi e la natura come espressione creativa del principio femminile.

Le vie ecologiche di conoscenza della natura sono necessariamente partecipative. La natura stessa è l'esperimento e le donne silvicoltrici, contadine e amministratrici delle risorse idriche sono per tradizione scienziate della natura e la loro conoscenza è ecologica e molteplice.

Il simbolismo della Terra Mater - la terra come Grande Madre, creatrice protettrice - è un concetto condiviso anche se vario attraverso lo spazio e il tempo; gli attuali movimenti ecologisti occidentali si ispirano largamente il recupero di Gaia, la dea Terra.

La violazione della natura è legata la violazione e alla marginalizzazione della donna, particolarmente nel Terzo Mondo. Le donne producono e riproducono la vita non solo biologicamente, ma attraverso il proprio ruolo sociale nel garantire la sussistenza. L'accesso privilegiato da parte delle donne al principio che sostiene la vita ha anche una base storica e culturale non solo biologica poiché in alcune civiltà gli uomini parteciparono alla distruzione della vita attraverso la guerra oppure dovettero emigrare e le donne continuarono essere legate alla vita e alla natura per procacciare i mezzi di sussistenza di cibo e acqua. Maria Mies ha definito produzione di vita il lavoro delle donne:” le donne non si limitavano a raccogliere e consumare ciò che cresceva in natura, ma facevano crescere le cose.”

La produttività, vista nella prospettiva della sopravvivenza, è nettamente diversa dalla concezione dominante della produttività del lavoro definita all'interno dei processi di accumulazione del capitale. Il lavoro dell'uomo produttivo che produce merci usando le ricchezze della natura e il lavoro delle donne come materia prima, trattando ciò che ne rimane come rifiuto, diventa la sola categoria di lavoro, ricchezza e produzione. Secondo una certa ideologia, la natura e l'attività delle donne volte a produrre e riprodurre la vita sono dichiarate improduttive. Sostiene Shiva.

Con Adam Smith[5] la ricchezza creata dalla natura e dall’attività femminile diventò invisibile. Il lavoro e precisamente il lavoro maschile, diventò il fornitore di tutto il necessario e il superfluo dell'esistenza. Questo assunto si diffuse in tutta la comunità umana introducendo un dualismo all'interno della società e tra la natura e l'uomo. La natura non era più fonte di benessere e sopravvivenza… le società tribali non erano più creative produttive essendo marginali rispetto la struttura della società industriale… la svalutazione e il misconoscimento del lavoro e della produttività della natura hanno condotto alla crisi ecologiche; la svalutazione il misconoscimento del lavoro femminile hanno creato sessismo e disuguaglianza tra uomini e donne. “

L'energia di tutti gli organismi viventi in tutta la loro varietà e la diversità dei viventi, sprigionano una straordinaria energia e anche se invisibile, è il lavoro delle donne che provvede al sostentamento e genera il reddito necessario a soddisfare i bisogni fondamentali. Il loro lavoro nella foresta, nei campi, al fiume è silenzioso ma indispensabile. Ogni donna in ogni casa dei villaggi indiani lavora nell’ombra per dare sostanza vitale alla natura e alla gente. Il malsviluppo distrugge e fa volentieri a meno di questo lavoro fondamentale. Il mantenimento dei cicli ecologici non ha posto nell’economia politica delle merci e del denaro, anzi distrugge i cicli naturali riducendo la natura a materia prima e merce e crea il bisogno di comprare e vendere.

Tutto questo deve essere fermato, dice Shiva. Le donne in India trasferiscono la fertilità delle foreste al terreno e gli animali. Trasformano le deiezioni animali in fertilizzante per le colture e i sottoprodotti agricoli in cibo per gli animali.

Lavorano con la foresta per dare acqua ai campi e alle famiglie.

Il rapporto di lavoro fra le donne e la natura viene spezzato quando il progetto dello sviluppo diventa progetto patriarcale: la foresta viene separata dal fiume, il campo dalla foresta, gli animali dalle colture.

Ogni elemento è sviluppato separatamente rompendo così il delicato equilibrio che assicura la sostenibilità e l'equità.

Le donne vengono rese superflue o colonizzate e la natura è storpiata.

Ma in virtù del fatto che le donne del Terzo Mondo non sono state colonizzate dalla categoria di pensiero del progresso scientifico occidentale, esse si trovano nella posizione che meglio permette loro di opporsi a questo sistema di malsviluppo.

Le donne possono quindi giocare un ruolo centrale nell’arrestare, sconfiggere le crisi ecologiche poiché possono rappresentare il pool genetico intellettuale delle categorie ecologiche di pensiero e azione. La marginalizzazione può diventare, quindi, una sorgente terapeutica per le tante correnti malate dello sviluppo patriarcale - dice Vandana Shiva.

L’ecologismo e il femminismo possono confluire nel recupero del principio femminile contro il malsviluppo patriarcale. Nel paradigma occidentale, lo scrive circa 40 anni fa, le cose stanno per fortuna cambiando… Il movimento ambientalista è separato dal movimento delle donne e finché prevale questa visione, questi due movimenti richiederanno solamente e separatamente concessioni all’interno del malsviluppo dato che, nell’assenza di categorie antagonistiche, quello è il solo “sviluppo” immaginabile. In questo senso l'ambientalismo diventa un nuovo progetto patriarcale di rimedi tecnologici e di oppressione politica, ciò significa anche una nuova sudditanza dei movimenti ecologisti e l'inclusione di poche donne come emblemi nella visione femminile della sopravvivenza che le donne hanno conservato.

Il femminismo frammentario si scopre così intrappolato in un’ideologia della liberazione marcato dal genere escludendo la possibilità di riscoprire il principio femminile non sono nella natura e nella donna, ma anche nell'uomo.

A questo punto Vandana Shiva critica la tesi sostenuta da Simone de Beauvoir dell’accettazione del femminile e del maschile come biologicamente determinati e riprende, criticandolo, il suo discorso sull’uomo cacciatore come essere superiore e la donna raccoglitrice, il secondo sesso. Quest’argomento lo affronterò successivamente attraverso i testi di Yuval Noah Harari e Diamond, ma mi piace aggiungere una tesi di Maria Mies: “l’uomo cacciatore, di cui il paradigma patriarcale ha fatto un perfetto esempio di produttività umana, è fondamentalmente un parassita, non un produttore”.

Shiva cita Herbert Marcuse a sostegno della sua tesi quando sostiene che la liberazione e la femminilizzazione del mondo è auspicabile, poiché il principio maschile è stata la forza fisica e mentale prevalente. Una società libera dovrebbe essere l'esatta negazione di questo principio: dovrebbe essere la società femminile.

Ma, al tempo stesso, il limite di Marcuse è rimanere nell’ideologia sessista del dualismo fra uomo e donna.

Esiste una terza via, che trascende il sesso quando si capisce che il maschile e femminile sono categorie ideologiche e che non esiste una reazione esclusiva tra i valori femminili e l’essere donna.

Il recupero del principio femminile, che è lo scopo di questo libro, dice Vandana Shiva, è quindi legato alla categoria, non patriarcale e non fondata sul sesso, della nonviolenza creativa, o potere creativo in forma pacifica, come recitava Tagore nella sua preghiera all'albero.

Il capitolo 4 “Le donne della foresta” illustra quanto le donne siano state fondamentali nell’economia di sussistenza. Dalla foresta dell’India meridionale si ricavano 27 varietà di vegetali che vengono usati a scopo terapeutico e 165 specie tra alberi, arbusti e rampicanti di cui 17 il cui succo è bevuto fresco o fermentato, 25 le cui foglie sono mangiate come verdura, e 10 i petali. I frutti di 63 piante sono consumati acerbi, maturi o arrostiti e ci sono ben cinque varietà di fichi, oltre alle more, e ai frutti deliziosi di jalebi, ai sepali di mohwa e al ber.

Le cose sono cambiate con l’arrivo del colonialismo inglese: La gestione indigena della foresta, ampiamente in mano femminile perché serviva alla stessa sussistenza, si trovava a uno stadio evoluto, ma gli interessi inglesi per le foreste si limitarono al legname commerciale e il sapere indigeno fu sostituito da una scienza forestale uni dimensionale e maschilista, sostiene Shiva.

Solo dopo più di mezzo secolo di distruzione forestale indiscriminata dagli interessi commerciali britannici, fu fatto un tentativo di controllare questo sfruttamento e nel 1865 ci fu il primo Indian Forest Act in cui si autorizzava il governo a dichiarare riserva le foreste le terre incolte. Questa legge segnò l'inizio di una gestione scientifica delle foreste e formalizzò appropriazione delle foreste e la sottrazione dei diritti delle popolazioni locali sui prodotti forestali. La silvicoltura commerciale è stata quindi “riduzionista” sia per il contenuto intellettuale sia per il suo impatto ecologico, in quanto ha ridotto la varietà della vita a merce morta e legno, ma solo quel “legno” avente valore commerciale. La foresta fu vista solo come magazzino di legname, e non più come un complesso e vitale ecosistema.

In economia ha valore solo quello che è commercialmente utile. SIGH dico io.

Il solo lavoro legato alla foresta ad apparire nelle statistiche è l’abbattimento degli alberi, mentre per le donne Himalayane, per esempio, le foreste sono cibo non nella morte, ma nella vita. Questo non significa non dover usare il legname, anzi, la potatura con modalità appropriate può aumentare la densità della foresta e la sua produttività alimentare e la perizia, s’impara facendo. Shiva poi descrive l’interessante movimento ecologico delle donne del Chipko nato più di trecento anni fa e di una sua figura fondamentale, nonché discepola di Gandhi: Mira Behn che studiò la causa principale del degrado della regione indiana del Garhwal nella scomparsa del banj e delle foreste miste a favore dell’inserimento del pino commerciale. La questione non era, quindi, di piantare gli alberi, ma di piantare alberi “ecologicamente adatti”.

Nel capitolo V, “Le donne nella catena alimentare”, Shiva denuncia che si è passati dall’idea di agricoltura come processo di nutrimento del suolo per mantenere la capacità di produrre cibo, al concetto maschilista per cui l'agricoltura è un processo generatore di profitti e le donne sono state allontanate progressivamente dalla produzione alimentare poiché il paradigma maschilista giunto fino a noi si è mascherato sotto con varie definizioni tipo “agricoltura scientifica”…” rivoluzione verde”… rompendo quel legami essenziali fra la silvicoltura, l'allevamento degli animali e l'agricoltura che erano alla base del modello agricolo sostenibile. Nel 1974 le donne che stavano proteggendo la loro foresta dissero: ”Questa foresta è la casa di nostra madre. quando non c'è abbastanza cibo veniamo qui a raccogliere frutti per i nostri bambini. Raccogliamo erbe, felci e funghi. Non tagliate questa foresta o abbracceremo gli alberi e li proteggeremo con le nostre stesse vite.” Sin dall'inizio della storia le donne sono state le produttrici il cibo e continuano ad avere un ruolo fondamentale nei sistemi alimentari del terzo mondo. La cultura femminista ha iniziato a focalizzarsi sul contributo dato dalle donne nell’addomesticamento degli animali e nella coltivazione delle piante, quando le società umane compirono la transizione dal modo di vita nomade (dedicato alla caccia e alla raccolta) a quello agricolo e pastorale. Il paradigma dell'uomo cacciatore sta lentamente sfumando con il riconoscendo del contributo per la donna raccoglitrice e l'interdipendenza dei due sessi nel rendere possibile la sopravvivenza attraverso la collaborazione e la cura della base vitale del sostentamento. Nelle società di caccia e raccolta le donne raccoglitrici procuravano l’80% del nutrimento mentre la caccia non vi provvedeva che per il 20%. Inoltre, alle donne va il merito della scoperta dell'agricoltura, dell'allevamento e della selezione delle razze in più della metà delle 142 società orticole antiche, sostiene G.P. Murdock in un suo testo etnografico. La distruzione a livello mondiale del sapere agricolo femminile sviluppatosi nel corso di quattro o 5 millenni condotta in meno di due decenni da un pugno di scienziati di sesso maschile non ha semplicemente fatto violenza alle donne come esperte: dal momento che la loro competenza in agricoltura è relativa a un agricoltura modellata sui sistemi naturali della riproducibilità, la sua distruzione è andata di pari passo con l' annientamento  dei processi ecologici e la rovina economica delle popolazioni rurali più povere. Le sementi sono il primo anello della catena alimentare e la conservazione di queste da parte delle donne è stato anche importante per la conservazione della diversità genetica ed è l'auto rigenerazione delle colture alimentari. Con la Rivoluzione Verde tutto è cambiato e si è introdotto le nuove varietà di sementi miracolose che hanno totalmente trasformato la natura della produzione e il controllo sui sistemi alimentari. Le sementi miracolo, per le quali Borlaug[6] ottenne il premio Nobel, hanno rapidamente invaso il Terzo Mondo introducendo una tecnologia mediante la quale le multinazionali hanno acquisito il controllo delle sementi e quindi sull'intero sistema alimentare.

La Rivoluzione Verde[7] commercializzando e privatizzando le sementi, hanno sottratto alle contadine del Terzo Mondo il controllo sulle risorse genetiche vegetali per consegnarlo ai tecnocrati occidentali di sesso maschile e delle società multinazionali delle sementi. La strategia di riproduzione maschilista della Rivoluzione Verde è rimasta estranea al principio femminile distruggendo il carattere di auto riproduzione e la diversità genetica delle sementi con la morte del principio femminile nella riproduzione vegetale, le sementi iniziano a diventare fonte di profitto e controllo. Gli ibridi “miracolo” sono un miracolo solo dal punto di vista commerciale perché gli agricoltori devono rifornirsene ogni anno in quanto gli ibridi non si riproducono e quindi sono ora fonte di profitto privato, mentre prima i semi erano fonte di vita per la pianta e fautori della sopravvivenza.

Queste nuove varietà di sementi sono anche state chiamate varietà ad alto rendimento, tuttavia, la definizione è erronea perché di per sé i semi “miracolo” non hanno un alto rendimento la loro caratteristica distintiva elevata è capacità di risposta a massicce dosi di input quali l’irrigazione e fertilizzanti chimici.

Per fare un esempio, negli anni 60 fu introdotto in aree irrigate il sorgo ad alto rendimento che era però sensibile agli agenti nocivi che richiese l’irrorazione di pesticidi i quali distrussero l'equilibrio preda-predatore nei campi vicini coltivati a varietà indigene. Queste ultime furono attaccate da un moscerino che divenne in breve un nuovo flagello. Secondo V. Shiva, elevato rendimento delle varietà HYV è una finzione riduzionista, che sta distruggendo l'effettiva capacità degli ecosistemi e dell'uomo di produrre cibo. La nuova scienza riduzionista non riesce a vedere a misurare tutto questo e quindi i suoi nuovi semi distruggono i ricchi e produttivi sistemi agricoli, nella totale ignoranza di ciò che essi distruggono. Le multinazionali dei semi sono sempre più integrate con le aziende chimiche e questo la dice lunga anche per l'uso di pesticidi e antiparassitari oltre che all’utilizzo dei fertilizzanti chimici.

La questione dell’autosufficienza alimentare fondata sulla rivoluzione verde in India è un mito perché la disponibilità nutritiva è nel complesso diminuita perché se si calcolano anche i costi per l'eco sistema agricolo in termini di degrado del suolo, saturazione idrica, salinità e desertificazione la Rivoluzione Verde è lungi dall'aumentare la produttività, l’ha ridotta. Solo una scienza agricola prevenuta e nata dal patriarcato capitalistico poteva considerare inferiori alcune colture alimentari quali i ragi e lo jowar che le donne preferiscono perché è più nutriente di quelli il maggior valore commerciale. Esempio estremo di questa visione polarizzata e il bathua, un'importante ortaggio verde a foglie dall' elevatissimo valore nutritivo, che cresce in associazione con la coltura del grano. Con l'uso massiccio di fertilizzanti chimici il bathua è diventato il principale competitore del grano per cui esso è che è stato dichiarato una malerba ed eliminato a forza di erbicidi e anti-infestanti: il ciclo alimentare si è rotto e le donne ora sono prive del loro lavoro e i bambini di una fonte di nutrimento gratis.

Dal momento che la diversità genetica lavora contro la logica dell’accentramento del controllo secondo una certa mentalità patriarcale occorre sopprimerla. Il caso del riso, il cibo fondamentale nella maggior parte dell'Asia, è quello che meglio illustra le conseguenze del controllo centralizzato delle risorse genetiche. Un tempo l'India coltivava normalmente 400.000 varietà di riso. Nell'ultimo secolo ha probabilmente coltivato circa 30.000 varietà. Con la produzione e il trasferimento centralizzati del riso HYV è cominciata la diffusione delle malattie virali delle piante che non esistevano in India prima del 1962 e che arrivarono con le varietà nane. Finita la resistenza fondata sulla diversità genetica, al suo posto si ebbe un'elevata vulnerabilità con un totale sconvolgimento dell’ecologia e dell’economia della coltivazione del riso in particolare e dell’agricoltura in generale. Per fare un esempio, la conversione del riso tradizionale a riso ad alto rendimento aumenta la resa in chicchi, ma diminuisce la paglia disponibile e la scarsità di quest’ultima a sua volta riduce la disponibilità di biomassa da utilizzare come foraggio e come pacciamatura portando alla fine del riciclaggio nutritivo. Si è osservato che la rivoluzione verde non è l'unica strategia possibile per aumentare le rese, per esempio, si possono introdurre le doppie coltivazioni di riso-fave in campi concimati organicamente nello Yunnan cinese che danno un rendimento da due a tre volte superiore a quello della varietà introdotti dalla Rivoluzione Verde…

È stato il desiderio di potere, profitto e controllo non le rese a far sì che gli interessi delle imprese globali e della cooperazione internazionale abbiano optato per i semi “miracolo” che rendono i contadini dipendenti dai semi e dai preparati chimici prodotti dal mercato internazionale. In breve, la cosiddetta Rivoluzione Verde degli anni 70 hai messo in ridicolo due parole meravigliose: rivoluzione e verde. L’era post Rivoluzione Verde potrebbe fondarsi sul recupero del principio femminile nella agricoltura, nel senso di un recupero della diversità genetica del l'auto rinnovabilità e dell’autosufficienza nella produzione alimentare rimettendone il controllo nelle mani di chi permette la sussistenza, auspica Vandana Shiva. Sempre in questo quinto capitolo la biologa ci mette in guardia  contro un progetto della Pepsi  (Pepsi Cola) nell’ambito di questa “diversificazione” di stampo industriale perché questo significherebbe un ulteriore controllo politico ed economico sulle risorse viventi, ulteriori vulnerabilità ecologiche e nuovi livelli di erosione genetica, nuove fonti di spogliazione ed emarginazione per le donne e per le comunità rurali povere. Il progetto della Pepsi si poneva in primo luogo, l'obiettivo di produrre e trasformare prodotti orto frutticoli per esportarli. In questo modo si allontanava dalla Rivoluzione Verde che si focalizzava sulla produzione di grano e riso commerciali per la soddisfazione delle necessità alimentari nazionali, ma promuoveva le biotecnologie che avrebbero fabbricato i semi di frutti e ortaggi più adatti alla trasformazione.  Nel suo business dei semi e della lavorazione alimentare industriale la Pepsi ha anche inserito biotecnologie come la propagazione clonale e la coltura dei tessuti per produrre “super piante”, “super alberi” e “super semi”. Secondo Shiva, questa superiorità sarà stabilita dal pensiero riduzionista e la superiorità e l’inferiorità saranno il nuovo dualismo: creazioni culturali di una biotecnologia fondata unicamente sul criterio del profitto. L'impatto ecologico e culturale finale di questo nuovo riduzionismo sarà l’annientamento della diversità e della sostenibilità nella natura e come diretta conseguenza dei bisogni dei diritti umani fondamentali.

Non abbiamo bisogno dell’ingegneria genetica che inserisce geni auto fissatori nel mais e nel miglio, dato che le donne e i contadini per secoli si sono avvalsi della scelta più ecologica, di far fissare l’azoto con le colture miste di mais-fagioli e miglio-legumi vari.”   Scrive Shiva.

La fertilità della terra sta tutta nel sottile strato superficiale del suolo, l’humus, che sostiene la vita nelle piante e che a sua volta è protetto dalle piante. Oggi i suoli dell’India stanno morendo, soprattutto i terreni più fertili per la violenza tecnologica della Rivoluzione Verde mentre, invece, le colture miste specialmente leguminose associate ai cereali, aiutano anche la fertilità del suolo perché fissano l'azoto. Malgrado le generose somministrazioni di fertilizzanti in molti luoghi del Punjab si ebbero perdite di sostanza organica dopo pochi anni di raccolti eccezionali in seguito all' introduzione della Rivoluzione Verde perché una coltivazione intensiva multipla sottrae molto rapidamente al suolo i microelementi nutritivi.

La Rivoluzione Verde ha anche causato fenomeni di tossicità del suolo introducendo negli ecosistemi quantità eccessive di certi oligoelementi, oltre a introdurre l'inquinamento da nitrati nei corsi d'acqua a causa dei fertilizzanti chimici e l'avvelenamento da pesticidi dell'intero ecosistema. Un secondo gruppo di problemi per i suoli fertili sorge dall’elevato fabbisogno idrico, anche tre volte superiore, da parte di quelle nuove varietà e alla diffusione dell'irrigazione intensiva come risposta a questa esigenza che ha creato scompensi idrologici o anche deserti saturi di salinità. L’irrigazione intensiva ha introdotto negli ecosistemi quantità di acqua superiori alla capacità di drenaggio di certi suoli e ha causato un innalzamento delle falde freatiche e quindi la saturazione che riduce la reazione del terreno, riduce la crescita delle radici per poi attaccare la crescita delle piante. È il fenomeno opposto alla desertificazione per inaridimento.   Strettamente legata al problema della saturazione idrica è la salinizzazione: il sale che avvelena le terre arabili. L’irrigazione nei suoli a precipitazioni scarse fa salire il sale in superficie perché l’acqua evaporando si lascia dietro un residuo biancastro ed è proprio questa salinizzazione che ha distrutto l'agricoltura mesopotamica. Oggi l'invasione salina che comprende l’acidità e l’alcalinità minaccia più di 1/3 delle terre irrigate nel mondo. La Rivoluzione Verde, che provoca deserti saturati e salati nelle aree dei grandi progetti di irrigazione, causa simultaneamente carenze idriche in altre regioni, sia costruendo dighe e deviando i corsi d'acqua, sia sfruttando eccessivamente le acque sotterranee… e Shiva continua a ribadire per diverse pagine, con dati alla mano, che la vita dell’acqua e dei suoli è stata barattata con pochi anni di incassi e che trova paradossale che ora (era il 1988), l’antidoto alla morte dei suoli sia nelle mani di quelli che per primi hanno creato il problema… mentre, la riscoperta dei suoli può avvenire, secondo il suo pensiero, attraverso una filosofia che consideri capitale agricolo la fertilità del suolo e non il denaro, che veda le donne, e non nelle fabbriche di fertilizzanti, le fornitrici di fattori produttivi e che infine ponga la natura e i bisogni umani, anziché i mercati, al centro di un’agricoltura e di un uso della terra sostenibili.

Si dovrebbe recuperare il principio femminile nell’agricoltura, quindi.

Dopo circa 20 anni dalle denunce di Rachel Carson contro i pesticidi, anche Shiva ci mette in guardia contro il DDT e i suoi fratelli assassini, sostenendo, inoltre, che proprio i semi modificati sono molto vulnerabili agli agenti nocivi e richiedono un uso massiccio di pesticidi, adottando così la cultura della morte, patriarcale e riduzionista come segno di efficacia.

Il ragi, un cerale comune in India introdotto dal Corno d’Africa circa 4 mila anni fa, ha garantito ai contadini una dieta bilanciata e proteine biologicamente complete come quelle del latte e rappresentava una vera coltura “miracolo” perché molto forte e resistente alla siccità, oltre a essere esente da funghi e attacchi di insetti nocivi. Nel tentativo di migliorare un prodotto perfetto, la cultura della crisi, secondo l’ideologia della Rivoluzione Verde, ha introdotto gli insetti nocivi in una coltura che ne era esente e la vulnerabilità alla siccità in una coltura prima resistente… Che dire? Shiva sostiene: ”Con il pacchetto HYV, che include i pesticidi, spesso si piantano i semi della carestia”.

A proposito del DDT, De Bach[8] scriveva nel 1974 che c’era un aumento di parassiti resistenti a questa sostanza tossica che poteva variare da 36 a 1200 volte!!!!

In presenza di condizioni ecologiche stabili si crea invece un equilibrio tra le piante e i loro parassiti, grazie alla competizione naturale, alla selezione e ai rapporti predatore preda. L’aver sostituito le colture miste con le monoculture ha reso queste ultime più facilmente soggette alle invasioni di parassiti e la meccanizzazione delle attività agricole, obbligato alla distruzione delle siepi e degli alberi nei campi eliminando così i naturali habitat di alcuni predatori dei parassiti perché nel controllo di questi gli uccelli gli alberi sono altri lavoratori invisibili. Le mucche che producono l’humus, gli uccelli che si nutrono di insetti, gli alberi che forniscono cibo per le mucche e ospitano i nidi degli uccelli, sono i membri della famiglia terrestre su cui si devono basare le strategie di controllo permanente degli insetti.

Le alternative non violente esistono, ma per vederle si richiede una percezione femminile ed ecologica e per praticarle occorre dare spazio alle priorità femminili del sostegno e del rafforzamento della vita.

Dal punto di vista ecologico, la mucca è stata centrale nella civiltà indiana e proprio per questo è considerata inviolabile e sacra come madre della prosperità dei sistemi alimentari. Il bestiame locale non compete con l'uomo per il cibo, ma anzi produce fertilizzante organico per i campi e quindi ne aumenta la produttività, fornisce nutrimento attraverso il latte e fornisce il cuoio, oltre alla forza lavoro nei campi. Le razze indigene evolutesi nel corso dei secoli sono specificamente adatte al clima indiano: hanno uno strato epidermico per tollerare meglio il caldo, colori tenui per assorbire di meno la luce solare, orecchie e coda lunghe per allontanare gli insetti, una gobba per conservare il grasso muscolare.

La rivoluzione bianca, da non confondere con il programma di modernizzazione dell’Iran ai tempi dello Scià Reza Pahlavi, ha fatto danni anche in quest’ambito perché si sono introdotte altre razze produttrici di latte come la rossa danese, la bruna svizzera, la frisia e altre ancora con l’intento di incrociarle con lo zebù locale per il latte, ma che non possiedono le caratteristiche adatte per il clima e la forza lavoro. Quella che Shiva chiama rivoluzione bianca, secondo il suo pensiero è un eccellente esempio di riduzionismo: ha ridotto la mucca a macchina del latte e il latte a mera merce da vendere anziché alimento essenziale che dovrebbe essere consumato nelle aree rurali e questo mutamento ha emarginato il lavoro delle donne e il loro controllo sul reddito derivante dai prodotti lattiero caseari e ha causato la denutrizione di molti bambini nelle aree rurali.

Shiva auspica il recupero del principio femminile nel settore lattiero caseario che implica il recupero dell'integrità della mucca e il rigetto della “sacralità” di una scienza che è violenta. Implica il recupero dell’integrazione fra le attività lattiero caseari e le coltivazioni e la ricostruzione delle interconnessioni suolo animali. Secondo il suo pensiero, l'ordine del giorno femminista per quanto riguarda il cibo, deve essere il recupero del principio femminile nella produzione alimentare così da assicurare la sostenibilità e la diversità ed equi modelli di distribuzione.

Nel capitolo VI “Le donne e la scomparsa dell’acqua”, sostiene che in India come in Africa la siccità è un prodotto umano assai più che un disastro naturale e che la creazione della siccità e della desertificazione deriva dalla scienza riduzionista e da modelli di sviluppo che violano i cicli vitali nei fiumi, nei suoli e nelle montagne.

I fiumi sono in secca perché i loro bacini sono stati minati, disboscati o coltivati in eccesso, per ottenerne profitti. Le sorgenti sotterranee scompaiono perché sono state ipersfruttate per l’irrigazione delle colture da reddito. Un villaggio dopo l'altro viene derubato della sua ancora di salvezza, cioè le sue sorgenti di acqua potabile, e il numero di villaggi sottoposti alla scarsità d'acqua è direttamente proporzionale al numero di “progetti” realizzati dalle agenzie governative per “sviluppare” l'acqua. L'acqua va dal mare alle nuvole, alla terra e ai fiumi, ai laghi e ai corsi sotterranei, per tornare alla fine all'oceano e porta vita ovunque passa. È una risorsa rinnovabile proprio in virtù di questo ciclo senza fine tra il mare, il cielo e la terra. A differenza di ciò che gli ingegneri ci fanno credere, l'acqua non può essere aumentata o creata. La si può deviare, redistribuire e anche sprecare, ma la disponibilità di acqua sulla Terra è collegata e limitata dal ciclo idrico, ma se sfruttata oltre questi limiti scompare e si prosciuga. L'iper sfruttamento per pochi decenni può distruggere sorgenti che hanno nutrito la vita per secoli. Gli approcci dominanti all'uso e alla gestione dell'acqua sono riduzionisti e mancano di cogliere la natura ciclica dei flussi idrici poiché essi semplificano e mercificano la percezione dell'acqua come risorsa e creano l'illusione che si possa produrre l'abbondanza mentre si sta provocando la penuria.

Nel pensiero indiano le foreste naturali nei bacini dei fiumi costituivano il miglior meccanismo per il controllo delle acque e la prevenzione delle inondazioni e quindi le foreste nei bacini dei fiumi dei torrenti erano considerate sacre. In breve tempo i templi dell'India antica dedicati alle dee del fiume sono stati sostituiti dalle dighe secondo una forma mentis maschilista e quando si costruiscono le dighe sommergendo vasti bacini boscosi e le acque del fiume vengono deviate dal loro corso e incanalate si commettono quattro tipi di violenza, secondo Shiva:

-       la deforestazione nel bacino che riduce la quantità di caduta delle piogge e quindi la portata dei fiumi trasformandoli da perenni in stagionali;

-       la deviazione dell'acqua dal suo corso naturale e dalle zone bagnate originariamente ad altre “stabilite” in modo ingegneristico porta la saturazione e alla salinità;

-       la deviazione dell'acqua dal suo corso naturale fa sì che il fiume non reintegri più i corsi d'acqua sotterranea in corrispondenza;

-       la riduzione degli afflussi di nuova acqua dolce nel mare perturba l'equilibrio acqua-dolce acqua-marina e dà luogo a processi di salinizzazione ed erosione delle coste.

I fiumi, imprigionati nelle dighe e devastati da sistemi idraulici giganteschi, non possono più compiere le loro molteplici funzioni nel mantenimento della diversità della vita lungo il bacino. Significativa è una canzone cantata dalle donne Dalit che coglie la forza antivitale del fiume sbarrato che irriga colture per scopi commerciali come la canna da zucchero mentre le donne e i bambini sono assetati:

 

Costruendo questa diga

sotterro la mia vita.

Sorge l'alba,

non c'è farina nel mulino.

Ieri ho raccolto un po' di crusca per il pasto di oggi.

Il sole si alza

e il mio spirito sprofonda.

Nascondo il mio bambino in un cesto

e scacciando le lacrime

vado a costruire la diga.

La diga è pronta

e dà vita ai campi di canna da zucchero

rendendo i raccolti ricchi e succosi.

Ma io cammino per miglia e miglia nei boschi

per cercare poche gocce di acqua da bere.

Il mio sudore bagna le foglie secche

che cadono sulla terra arida.

 

Di volta in volta, strategie di riforestazione inappropriate possono causare l'esaurimento dell’umidità del suolo e dunque il suo inaridimento. L’introduzione su larga scala dell’eucalipto in India, per esempio, contribuisce a questo inaridimento, in primo luogo per il suo elevato consumo di acqua e poi per l’irrilevanza del suo contributo alla formazione di humus.

Per il pensiero riduzionista che guida la silvicoltura, gli alberi producono solo legname commerciale e non acqua, mentre per le donne dei movimenti ecologisti, gli alberi nelle aree soggette a siccità dovrebbero essere piantati prima di tutto per produrre acqua. Allo stesso modo, per gli ingegneri riduzionisti le dighe, i canali e le condutture producono l'acqua e gli esperti sono uomini formati in Occidente, mentre per i movimenti ecologisti sono le foreste nei bacini fluviali, le rocce, i fiume i pozzi a produrre acqua. Secondo Shiva, le vere esperte in idraulica sono le donne che partecipano quotidianamente al ciclo idrologico e procurano acqua per le proprie famiglie e sanno anche depurarla senza sostanze chimiche. Per secoli, infatti, svariati prodotti naturali, insieme alla conoscenza delle loro proprietà da parte delle donne, hanno permesso di rendere potabile l'acqua, nelle case di tutti i villaggi indiani attraverso 7 diversi metodi di depurazione.

Il saggio di Shiva termina con il capitolo in cui auspica il recupero del principio femminile. Mette in guardia contro l'economia riduzionista che considera solo il lavoro pagato quello che produce valore, mentre le donne povere del Terzo Mondo si procurano acqua, foraggio e legna attingendo ai beni liberi che la natura mette a disposizione di tutti, ma questa loro attività di raccolta viene ignorata dall’economia riduzionista.

Si crea una dicotomia tra il lavoro produttivo maschile e il lavoro non produttivo femminile con la moneta e il prezzo presi come uniche misure del valore economico e della ricchezza.

Questo spartiacque ideologico tra il lavoro produttivo e quello non produttivo fondato sui criteri di mercato, si manifesta molto rapidamente nelle crisi economiche contemporanee. Shiva ribadisce che l'eredità intellettuale necessaria alla sopravvivenza ecologica viene da chi è esperto in sopravvivenza, cioè le donne la cui conoscenza è inclusiva e non esclusiva. Le donne del Terzo Mondo, in modo particolare, portano la questione della vita e della sopravvivenza al centro della storia umana e gettano le fondamenta del recupero del principio femminile nella natura e nella società e, per questo tramite, recuperano la Terra in quanto sostenitrice e fornitrice della vita.

 

Oltre a non essere una storia facile da raccontare - scrive John Safran Foer nel suo libro “Possiamo salvare il mondo, prima di cena” - la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia, non solo non riesce a convertirci, ma non riesce neppure a interessarci… I tentativi di trasporre la crisi in ambito narrativo rientra nella fantascienza o vengono liquidati come fantascienza... Il problema della crisi del pianeta è che si scontra con una serie di pregiudizi cognitivi innati correlati all’apatia, anche se molte delle calamità che accompagnano i cambiamenti climatici sono vivide e fanno pensare a una situazione in via di peggioramento… Nel loro complesso non danno questa sensazione… ma danno la sensazione di essere astratte, lontane e isolate anziché presentarsi come snodi cruciali di una narrazione sempre più incalzante. Chi nega i cambiamenti climatici rifiuta le conclusioni raggiunte dal 97%  dagli scienziati che si occupano di clima: il pianeta si sta riscaldando a causa delle attività umane. La parola emergenza deriva dal latino emergēre che significa comparire, portare alla luce.  La parola apocalisse deriva dal greco apokalyptein in greco significa svelare, manifestare.  La parola crisi deriva dal greco krisis che significa scelta, decisione.

Nella nostra lingua, quindi, è inscritta l'idea che disastri tendono a esporre quello che in precedenza era nascosto. Mentre la crisi del pianeta si dispiega in una serie di emergenze le nostre decisioni riveleranno che siamo.” In questo libro Foer va avanti spiegando che se non capiamo che dobbiamo agire e non solo parlare, la situazione non potrà cambiare di molto. Ad esempio, utilizzare macchine ibride o elettriche è sempre meglio che usare le auto a benzina, ma nella realtà dovremmo usare l'auto molto meno. In pratica dovremmo avere più motivazioni per agire… forse gli ecologisti non sono in grado di suscitare emozioni forti riguardo al destino della Terra. Nel 2018 pur sapendo più di quanto abbiamo mai saputo sull’origine umana dei peggioramenti climatici, l'umanità ha prodotto più gas serra che mai con l’aumento triplo rispetto a quello della popolazione mondiale. Perché? La verità è tanto ovvia quanto cruda: non ce ne importa nulla, dice Foer, sembra che l’inquinamento sia laggiù, non quaggiù. In effetti, viviamo le nostre vite senza preoccuparci molto della crisi del pianeta… ci sentiamo anche quasi tutti persi fra cause e effetti… siamo confusi dalle statistiche che cambiano di continuo e siamo anche frustrati dalla retorica. La gente nel suo complesso si sente impotente perché cosa ci si può aspettare dalle persone comuni visto che singolarmente nessuno ha i mezzi per combattere?

 

Al Gore nel docufilm ” Una scomoda verità” chiede allo spettatore: “Sei pronto a cambiare il tuo stile di vita ? La crisi climatica può essere risolta…”. E dà una serie di consigli, fra cui passare alle fonti di energia rinnovabile, ascoltare i propri figli, i giovani, contattare i fornitori di energia per verificare se offrono energia pulita e piantare alberi,  tanti alberi… scrivere ai candidati del Parlamento e insistere affinché il proprio paese diminuisca le emissioni di CO2 e così via… tutte azioni che possono essere considerate importanti, ma che non hanno un impatto così elevato… installare pannelli solari, risparmiare energia, mangiare cibo locale, fare la raccolta differenziata, lavare i vestiti con acqua fredda, fare attenzione alla quantità e alla tipologia di imballaggi,  comprare cibo biologico sostituire un'auto convenzionale con un'auto ibrida o elettrica… Ma le modalità con cui vengono affrontate le problematiche sul clima non funzionano, tanto che Al Gore stesso l’ha ammesso senza esitazioni nel docu-film “Una scomoda verità 2”. Si stima infatti che il consumo di energia elettrica sia responsabile del 25% delle emissioni annue di gas serra e che l'agricoltura pesi per il 24% in gran parte riconducibile all’allevamento, ma anche l'industria pesa per il 24%, i trasporti per il 14% e le costruzioni il 6%. L'obiettivo dell'accordo di Parigi sarebbe quello di contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C e se anche riuscissimo al limitare il riscaldamento, il pianeta avrebbe comunque dei cambiamenti climatici enormi come lo scioglimento irreversibile dei ghiacciai, la distruzione dal 20 al 40% della foresta amazzonica, l’innalzamento del livello dei mari di circa ½ metro, un drammatico incremento della mortalità umana dovuto al caldo, alle inondazioni e alla siccità e così via… si tratta di statistiche sconvolgenti. Nonostante questo, rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi rappresenti lo scenario migliore, Foer nel suo libro ci vuole parlare più che altro dell'impatto che ha l’allevamento sull'ambiente. Argomento mai citato da Al Gore nei suoi due documentari perché quando si parla di carne, latticini e uova la gente si mette sulla difensiva e a parte i vegani nessuno muore dalla voglia di affrontare l'argomento. “Dobbiamo dire le cose come stanno, non possiamo salvare il pianeta se non riusciamo in modo significativo il nostro consumo di prodotti di origine animale o almeno, niente prodotti di origine animale prima di cena”. Il genere umano è stato prima cacciatore e raccoglitore ma dall’avvento dell’agricoltura circa 12.000 anni fa ,gli esseri umani hanno distrutto 83% di tutti i mammiferi selvatici e la metà delle piante a livello globale. L'umanità sfrutta il 59% di tutta la terra coltivabile per crescere foraggio per il bestiame e un terzo di tutta l'acqua potabile usata dall'uomo è destinata al bestiame, il 70% degli antibiotici prodotti nel mondo sono utilizzati per il bestiame che poi riducono l'efficacia degli antibiotici nel curare le malattie umane. Il 60% di tutti i mammiferi presenti sulla terra sono animali allevati a scopo alimentare. Sul pianeta ci sono all'incirca 30 animali allevati per ogni essere umano.

Foer insiste anche su quanto sia estremo il nostro modo di mangiare e mette in evidenza quanto gli americani consumino di proteine, il doppio del fabbisogno raccomandato e sappiamo che chi ha una dieta ad alto consumo di proteine animali ha una probabilità quadrupla di morire di cancro. In America, un pasto su 5 viene consumato in macchina probabilmente mangiando un panino di McDonald's con l'hamburger. Ma qual è l'impatto dei gas serra? Sappiamo che i raggi solari attraverso la nostra atmosfera riscaldano la Terra e i gas serra  intrappolano nell’atmosfera una porzione del calore. La vita sulla Terra dipende dall'effetto serra, se non ci fosse, la temperatura media sarebbe circa 18 ° sotto lo zero, anziché gli attuali 15. Ma l’effetto dei gas serra è notevolmente aumentato: negli 800.000 anni che hanno preceduto la Rivoluzione Industriale la concentrazione di gas serra nella nostra atmosfera è rimasto stabile. A partire da tale rivoluzione invece, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è aumentata all'incirca del 40%. Per farla breve, tra l'avvento dell'allevamento intensivo negli anni '60 e il 1999 le concentrazioni di protossido di azoto in atmosfera sono aumentate a un ritmo doppio e le concentrazioni di metano sono aumentate a un ritmo sei volte più elevato rispetto a qualunque quarantennio degli ultimi 2000 anni.

Sicuramente è impossibile guarire il mondo nel giro di pochi anni, ma lo si può ferire a morte per negligenza.  Le quattro cose di maggior impatto che un individuo può fare per contrastare il mutamento climatico sono: avere un'alimentazione a base vegetale, evitare di viaggiare in aereo, vivere senza auto e fare meno figli, ma di queste quattro azioni solo un'alimentazione a base vegetale affronta immediatamente il problema del metano e del protossido di azoto, perciò, tutti entro poche ore, quando andremo a tavola, potremmo cambiare il destino del nostro pianeta. Visto che gli Stati fanno poco e niente a favore del pianeta probabilmente proprio i singoli possono fare tanto… se pensiamo che Trump scrive su Twitter e sostiene che il riscaldamento globale è una balla e molti governanti lo definiscono cambiamento climatico perché suona meglio e fa meno orrore… È una rivoluzione che probabilmente deve partire dal basso riducendo lo spreco di cibo e il consumo di prodotti di origine animale e tanto altro, come decidere di volare di meno come hanno iniziato a fare gli scandinavi e guidare di meno. Ci aspettiamo anche che i governi mettano fine all’estrazione e alla combustione di carburanti fossili e che promuovano più investimenti in energie rinnovabili e che riciclino e riutilizzino materiali rinnovabili che piantino più alberi e che proteggano le foreste esistenti. Si potrebbe sostenere che le aziende producono quello che noi compriamo e gli agricoltori coltivino quello che noi mangiamo: i crimini che commettono li commettono a nome nostro.

Scavato nella roccia di una montagna di permafrost in Norvegia 130 m sotto il livello del mare si trova il deposito globale di sementi delle Svalbard la più vasta collezione mondiale di biodiversità agricola, che anche nel caso di un tracollo totale agricoltura, quel deposito potrebbe garantire la sopravvivenza alimentare. Un'altra iniziativa chiamata progetto Arca congelata, si batte per facilitare e promuovere la conservazione dei tessuti cellule e DNA di animali in pericolo.

Noè fu più fortunato di noi dice Foer: noi abbiamo molto meno di un secolo per costruire la nostra Arca, abbiamo forse una decina di anni per mettere in atto i cambiamenti e a differenza di lui dobbiamo farlo senza credere, senza istruzioni dall'alto, ma solo con la motivazione di noi stessi ad agire.  Per usare le stesse parole di Foer, noi siamo il diluvio, noi siamo l'Arca.

 

Mi riallaccio al tema del bestiame tramite un vecchio libro del 1992 che amo molto, “Ecocidio”di Jeremy Rifkin. Nell’introduzione all’edizione italiana del 2001, inizia parlando della BSE, una sindrome che ci siamo dimenticati, l’encefalopatia spongiforme bovina, la sindrome della mucca pazza, riscontrata per la prima volta nel 1986 in Gran Bretagna.

Quello che Rifkin sostiene è che se si può trarne un insegnamento, è che l’uomo, trattando senza coscienza e raziocinio le altre creature viventi, ha messo a repentaglio la propria salute. Il saggio è un interessantissimo excursus sulla carne bovina dall’antichità quando il dio Api era un toro, all’era dell’hamburger a basso costo di McDonalds. Già circa 30 anni fa l'autore ci metteva in guardia sulla pratica intensiva degli allevamenti: “Ciascuno di noi è in qualche misura responsabile della perdita della foresta pluviale primordiale, per esempio si stima che ogni hamburger ricavato da carni provenienti dal centro e Sudamerica comporti la distruzione di 75 chilogrammi di forme viventi.“ Rifkin chiama i bovini “locuste con gli zoccoli” e scrive: “Attualmente i bovini sono la principale causa di desertificazione che è provocata dal pascolo eccessivo del bestiame, da una coltivazione eccessivamente intensiva della terra, dalla deforestazione e da inadeguate tecniche di irrigazione ma, fra le 4 cause, la produzione bovina èla primaria. I bovini stanno distruggendo gran parte del West americano. – Ripeto, lo diceva 30 anni fa - C'è un esercito di 2/3 milioni vacche che pascola un'area di circa 120 milioni ettari a cavallo fra 11 stati… ogni capo riesce a consumare 400 chilogrammi di vegetazione al mese spogliando il territorio di erba e foraggi brucando cespugli e alberelli distruggendo perfino i cactus e la corteccia degli alberi. Con i suoi potenti zoccoli calpesta piante selvatiche e compatta il suolo sottoponendolo a una pressione di quasi quattro chilogrammi per centimetro quadrato e l’azione riduce la quantità d'aria fra le particelle del suolo diminuendo la quantità di acqua che può essere assorbita. La combinazione di pascolo eccessivo e calpestio del suolo ha sconvolto l'ordine biologico delle pianure distruggendo la flora e la fauna indigena, eliminando la copertura vegetale. I bovini hanno lasciato le altre specie animali - insetti, uccelli e mammiferi - prive di alimentazione e riparo adeguati. Potrei continuare a descrivere gli effetti nocivi che i pascoli intensivi hanno sul sistema fra cui anche la moria dei pesci di acqua dolce nei fiumi, poiché il calpestio sugli argini tende ad allargare il letto del fiume che essendo meno profondo surriscalda la propria temperatura… tanto che le carpe e le trote sono considerevolmente ridotte in tutto l'ovest americano. Anche l'utilizzo di erbicidi per eliminare alberi e cespugli, è stato un fattore determinante per l'estinzione di grandi ungulati, ma forse l'effetto più nefasto dell'eccesso di pascolo sulle terre incolte pubbliche è la forte riduzione della presenza di animali selvatici  come antilopocapre, cervi, e antilopi che si sono quasi istinti dai territori selvaggi del West dove lungo le recinzioni si vedono spesso gli scheletri dei grandi ungulati… “fin dall'inizio, l'attività di controllo del governo federale sulle pianure occidentali è stata indirizzata all’eliminazione di ogni forma di habitat selvatico con sistematiche campagne volte all’eliminazione dal territorio di qualsiasi predatore che potenzialmente potesse rappresentare una minaccia per il bestiame come il puma, il coyote, l'orso, la lince, il gatto selvatico e perfino l'aquila, portandolo sull'orlo dell'estinzione… L'uccisione in massa di milioni di predatori ha avuto come conseguenza la incontrollata proliferazione delle loro prede tradizionali come conigli selvatici, citelli, topi canguro, ghiri e altri roditori che si sono riprodotti in eccesso e gli agenti del governo anziché preoccuparsi di ripristinare un equilibrio naturale fra predatori e predati hanno cercato di contenere l'esplosione della popolazione di roditori spargendo cereali avvelenati con mezzi aerei.  Rifkin affronta poi il problema del pascolo eccessivo in Africa dove ogni anno milioni di ettari di terre vergini sono inghiottite da un processo di desertificazione che rappresenta ormai la più grande minaccia per l'ecologia del continente e della sopravvivenza della sua popolazione umana. I bovini furono introdotti nel continente africano fra il 5000 e il 2300 a. C. dagli imperi mediorientali e da tribù nomadi delle steppe euroasiatiche. Oggi più del 50% della superficie dell’Africa orientale è riservata al pascolo di 23 milioni capi di bovini… per secoli le tribù nomadi e quelle che si reggevano su una piccola economia agropastorale, hanno mantenuto un equilibrio efficace fra allevamento dei bovini e vincoli ecologici ricorrendo alle antichissime pratiche della migrazione e a tecniche di allevamento che non gravassero eccessivamente sulla capacità produttiva della terra. Il potere coloniale ha modificato l'equazione inducendo forzatamente cambiamenti alle consolidate prassi tribali e portando inevitabilmente alla desertificazione del continente. L'accesso di pascolo e le periodiche siccità hanno creato una crisi di vaste proporzioni anche per la popolazione umana. Milioni di profughi delle aree rurali cercano di sottrarsi all’avanzata del deserto migrando verso aree urbane già affollate.   

 Oggi, perfino le riserve di acqua dolce del pianeta sono minacciate dalla combinazione di siccità, eccesso di coltivazione e pascolo.  In Africa orientale, nei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, ci sono evidenti problemi di siccità, ma diminuiscono anche le falde acquifere del Messico e dell'india meridionale. Negli Stati Uniti la carenza di acqua dolce  si trova a livelli critici e sebbene gli americani si stiano rendendo conto del problema che investe la parte occidentale del paese, sono inconsapevoli del ruolo che l'allevamento di bovini e di altro bestiame ha nell’abbassamento delle falde acquifere: quasi metà dell'acqua consumata negli Stati Uniti è destinata alla coltivazione di alimenti per bovini e per altro bestiame e, incredibile ma vero,  l'acqua utilizzata per produrre 5 chilogrammi di carne bovina equivale al consumo domestico complessivo di una famiglia in un anno! Di rado i consumatori sono informati del fatto che il divieto di innaffiare i prati e lavare le automobili, utilizzare acqua per scopi di non immediata necessità è dovuto all’enorme quantità di acqua pompata per far crescere i cereali destinati all’alimentazione dei bovini e di altro bestiame.

I bovini sono anche causa di un altro problema ambientale legato alle acque: infatti ogni anno producono quasi un miliardo di tonnellate di rifiuti organici la maggior parte dei quali almeno negli Stati Uniti, si riversano sul terreno e penetra nella falda inquinando pozzi, fiumi e laghi del paese.

Sebbene molto sia stato scritto sull’impatto atmosferico prodotto dall'uso dei combustibili fossili per trasporti, produzione industriale, infrastruttura di comunicazione, case, uffici, ben poco, sostiene Rifkin, è stato detto sull'effetto delle moderne tecniche di allevamento animale in termini di produzione di gas serra.

 “Il bovino un corpo considerato sacro, simbolo di fertilità e più recentemente diventato emblema del capitale mobile sta inquinando l'atmosfera e la superficie terrestre e trasformando la biosfera stessa in una zona contaminata da gas letali.

Nel 1750, epoca nella rivoluzione industriale, l’atmosfera terrestre conteneva approssimativamente 288 parti per milione di anidride carbonica oggi ne contiene 350. Dalla fine della guerra civile americana a oggi le nazioni industriali bruciando combustibili fossili, hanno scaricato nell'atmosfera 185 miliardi t di carboni.  L'impiego di combustibili fossili è responsabile per circa 2/3 degli 8, 5 miliardi t di CO2 rilasciate nell’atmosfera nel 1987.” Secondo Rifkin, l'impiego di combustibili fossili è responsabile per circa 2/3 dell'anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera di quell’anno e il rimanente terzo proviene dall’aumentata combustione della biomassa terrestre che è dovuta principalmente all'industria della carne bovina a livello mondiale.  Ma la combustione della biomassa è solo un aspetto del problema: l’allevamento dei bovini contribuisce anche in altri modi al surriscaldamento del pianeta, per esempio, negli Stati Uniti per produrre mezzo chilogrammo di carne bovina è necessaria l'energia equivalente a 4 l di benzina! Inoltre, per produrre cereali da mangime destinato ai bovini è necessario il ricorso a fertilizzanti petrolchimici che emettono ossido d‘ozono, un altro gas serra.  Questo è rilasciato dai fertilizzanti e da altre fonti e incide per il 6% sul riscaldamento del pianeta.  Infine, i bovini emettono metano, un potente gas serra che viene emesso anche da torbiere, risaie, ma è l'incremento della popolazione di bovini e termiti oltre la combustione di foreste e pascoli la ragione del grande incremento di emissioni di metano registrato negli ultimi decenni e le emissioni di metano sono responsabili del 18% dell'aumento del surriscaldamento del pianeta, basti pensare che i livelli di metano nell'atmosfera sono rimasti relativamente costanti per quasi 10.000 anni, fino alla prima rivoluzione industriale. Quando gli alberi vengono abbattuti per far posto ai pascoli per il bestiame, le termiti sono libere di nutrirsi senza essere uccise dalle sostanze chimiche sprigionate dagli alberi in vegetazione e considerando che una termite regina depone 80.000 uova al giorno alcuni entomologi stimano che la massa complessiva delle termiti presenti sulla Terra sia circa 750 kg per ogni essere umano e si aspetta che la loro crescente popolazione contribuisca con altri milioni di tonnellate alle emissioni di metano nell’atmosfera. La cultura bovina mondiale comincia a far avvertire la propria presenza anche nella biosfera: ogni chilogrammo di carne bovina è prodotto a spese di una foresta bruciata, di un territorio eroso, di un campo isterilito, di un fiume disseccato, per rilascio in atmosfera dei milioni di tonnellate di anidride carbonica, monossido d’azoto e metano perché oggi milioni di americani europei giapponesi consumano hamburger, arrosti e bistecche in quantità incalcolabili ignari dell’effetto che le loro abitudini alimentari hanno sulla biosfera e sulla sopravvivenza della vita nel pianeta.  

Entro il 2030 città come New York e Boston potrebbero avere un clima tropicale… il livello del mare potrà alzarsi fra 90 e 150 cm… l'acqua salata invaderebbe le pianure costiere infiltrandosi nei fiumi e nei laghi rendendo l'acqua salmastra riducendo ulteriormente la disponibilità di una risorsa già scarsa come l'acqua dolce… l’innalzamento del mare cancellerebbe nelle carte geografiche numerose terre e isole… le Maldive nell'Oceano indiano e i Caraibi saranno sommersi. La terra sommersa creerebbe una nuova massa di profughi, milioni di persone rimaste senza rifugio, senza patria perché per la prima volta nella storia la loro terra sarà inghiottita dal mare. Le nazioni costiere dovranno spendere miliardi di dollari per la costruzione di dighe per evitare il disastro, ma anche in quel caso gli scienziati prevedono che l'Egitto potrebbe perdere il 15% dei terreni agricoli della zona del delta del Nilo e così via…

 Il prezzo dell’era del progresso rappresenta i milioni di tonnellate di energia consumata nell’era moderna… la biosfera si è comportata come un gigante per registro contabile cosmico annotando in dettaglio tutti gli sprechi dell’area industriale. In questo registro il complesso bovino moderno ha un posto di primo piano per soddisfare la domanda di carne del mercato. Il cambiamento del clima, l'accorciarsi delle stagioni agricole, il mutamento delle precipitazioni atmosferiche, l’erosione del suolo, l’avanzata del deserto potrebbe suonare la campana a morto per il complesso bovino e per un’artificiosa scala delle proteine eretto a sostegno della cultura dei bovini nutriti a cereali.

Dopo aver esaminato accuratamente tutte le problematiche legate all’ambiente e al capitalismo, Rifkin affronta anche l’aspetto psicologico e antropologico legato alla carne: ”Divorare il mondo è al medesimo tempo piacevole e lacerante, negare la vita a un altro essere per poter vivere è un esperienza dolorosa… eppure consumare i frutti della conquista è intimamente soddisfacente e ci rende profondamente consapevoli della nostra vitalità. Mangiare è in stretto rapporto con Eros e Thanatos, con la vita e la morte più di qualsiasi altra esperienza mangiare ci mette il rapporto con il mondo naturale, l'atto in se stesso incita tutti i nostri sensi, gusto, olfatto, tatto, udito e vista. Mangiare stabilisce uno dei più primordiali legami fra gli uomini ed è per questo che in molto culture mangiare è considerato un atto sacro, una comunione, oltre che un gesto di sopravvivenza e di rigenerazione.

Il filosofo francese Roland Barthes afferma che il modo in cui una cultura si appropria delle altre creature, i tipi di creature di cui si ciba, il modo in cui queste vengono preparate e servite non è che una forma sofisticata di comunicazione che diffonde i valori, le credenze e principi pragmatici che caratterizza una cultura nella sua interezza.

 Il nutrirsi dalla natura è al tempo stesso moda e visione del mondo. La storia dell'uomo è intelligibile solo nel contesto della storia del cibo e questo è particolarmente evidente nelle culture carnivore. L'influenza delle moderne culture bovine è stata pervasiva e ha dato forma e risposte a domande sulle differenze di genere di classe sull'identità nazionale sulle politiche coloniali perfino sulla teoria della razza, anzi la portata psicologica del complesso bovino moderno si è estesa ben oltre condizionando perfino la nostra concezione di tempo e spazio e i principi che costituiscono una moderna visione del mondo.

La differenza fra le culture agricole da quelle venatorie è che l'interesse delle prime è rivolto alla crescita e alla rigenerazione, quello delle seconde all’uccisione e alla morte. Questi due differenti approcci a nutrirsi della terra comportano due contrapposte visioni del mondo.  Le piante sono considerate non prede e proprietà, piuttosto eredità o doni della generosità della terra. Le culture premoderne che si affidavano prevalentemente alla carne per soddisfare i propri bisogni alimentari sono più vicine al gesto di uccidere delle culture fondate sulla coltivazione dei cereali. Lo spargimento di sangue permea queste società. Fra natura e cultura esiste un confine labile, e questo è particolarmente evidente nella preparazione del cibo. L'antropologo francese Levi Strauss sottolinea che solo la specie umana cucina il proprio cibo creando un legame indissolubile fra civiltà e mondo naturale. Il modo in cui viene cucinata la carne a sua volta fornisce un’utile interpretazione della natura di un popolo dei suoi valori e delle sue istituzioni e della sua visione del mondo. Le culture carnivore tendono a preferire l’arrostito al bollito perché è più vicino allo stato naturale della carne. Le società agro pastorali che allevano e coltivano tendono a utilizzare entrambi i metodi di cottura, le culture vegetariane invece tendono a cucinare raramente la carne e a bollire gli alimenti. La differenza psicologica fra arrostire e bollire è importante perché nella bollitura si richiede due mediazioni: la carne viene collocato in una pentola colma d'acqua che viene a sua volta posta sul fuoco il recipiente e l'acqua media fra la carne al fuoco creando una più netta separazione fra cultura e natura. Arrostire, afferma Levi Strauss, crea solo un muro sottile fra civiltà e il mondo naturale, di solito la carne viene bruciata all'esterno ma lasciata rossa quasi sanguinolenta all’interno rendendo l'alimento più simile al suo stato crudo che cotto. Fra molte tribù di indiani americani e presso altre civiltà di cacciatori raccoglitori, l’arrostire è un’attività deputata al maschio mentre la bollitura è affidata alla femmina. Il gesto di arrostire è associato alla mascolinità, alla baldanza, alla caccia, al culto del guerriero.  Bollire afferma Levi Strauss è più economico e meno dispendioso che arrostire. La carne arrosto è sempre stata associata con il potere, quella bollita con la frugalità e con i valori terapeutici e rigenerativi. Ancora oggi nell’America post-industriale, l'immagine tipica della cultura della bistecca, la scena del cowboy che intorno al fuoco arrostisce la carne, viene replicata ogni sera in estate milioni di volte nei giardinetti ben curati delle villette di periferia quando l'uomo di casa si mette ad accendere la carbonella o la bombola di metano e posa la costata sulla griglia rovente. Di tutti i cibi, la carne bovina rossa conferisce il maggiore status e quasi tutte le culture carnivore. La carne rossa si trova al vertice della piramide alimentare: il sangue rappresenta la forza vitale dell'animale, è intriso di spirito nelle culture tradizionali… il sangue anche considerato portatore di eredità… il sangue contenuto nella carne rossa veniva anche considerato stimolante della passionalità e da sempre si è ritenuto che mangiare carne cruda eccitasse la passione sessuale e le carni rosse soprattutto quelle bovine, sono associate alla mascolinità e alle qualità maschili mentre le carni bianche sono state associate alla femminilità e alla qualità femminile. Basti pensare che durante l'epoca vittoriana i giornali di salute spesso suggerivano una riduzione dell'assunzione di carne rossa alle donne gravide e alle puerpere mettendo invece enfasi sui piatti di pesce uova e carne bianca più delicati e leggeri. I piatti descritti non solo rispecchiavano la delicata condizione femminile, ma evitavano di stimolare quella “qualità sanguigna” che sembrava inadatta a chi doveva assumere il ruolo di nutrice. L'antropologa Peggy Sunday, in una ricerca su un centinaio di culture non tecnologiche, ha rilevato che l'economia fondata sugli animali erano dominate dal maschio mentre quelle fondate sui vegetali erano più orientate verso il polo femminile. L’'economie animali sono caratterizzati da divinità maschili, da patrilinearità e da gerarchie di genere che pone il maschio al vertice della piramide sociale. Le donne hanno la quota maggiore di carico di lavoro ed eseguono quasi tutte le attività manuali a basso valore aggiunto. Al contrario, le culture basate sulle piante sono caratterizzate dalla femminilità ed alla matrilinearità e sono più egalitarie sotto il profilo economico. Rifkin fa riferimento a un testo di Carol J. Adams, The “Sexual Politics of Meat” che ci rammenta quanto certe differenze di alimentazione e di genere siano entrati a far parte del patrimonio psicologico collettivo e individuale. La carne, per esempio, ha in certe espressioni un significato che va ben oltre quello di semplice alimento. La carne in certe culture occidentali è così importante da essere utilizzata in senso metaforico come sinonimo di sveltezza, di azione così come i vegetali rappresentano lentezza, monotonia e stupidità… quando si dice ad esempio di una persona in stato di morte cerebrale che è diventata un “vegetale” per esempio. Le piante richiamano alla mente concetti di passività: nel 19º secolo le donne descrivevano gli uomini con termini quali “bisteccone”, “manzo”, “animale” e gli uomini si riferivano le donne come “fiore”, “rosa”, “bocciolo”. Comparando spesso gli uomini alla carne e le donne alle piante l'ordine sociale è in grado di riprodurre un sistema in cui gerarchia alimentare di genere si rafforzano reciprocamente. Rifkin sostiene che nonostante i progressi del movimento femminista moderno, le antiche differenze di prassi che caratterizzano la cultura della bistecca continuano a rafforzare le discriminazioni alimentari e di genere.  Ecocidio è un testo così bello e interessante che avrei voglia di riassumerlo tutto, ma un capitolo, per la precisione il XXXVII, l’ho letto diverse volte ai miei studenti di economia aziendale e alle mie figlie nel corso degli anni per farli/le desistere da andare da McDonalds…

Si intitola ”l’hamburger e la cultura dell’autostrada” e descrive come si arrivò negli Stati Uniti alla suburbanizzazione della campagna americana grazie all’invenzione dell'automobile e alla creazione di una cultura dell’autostrada fino alla catena dei ristoranti McDonalds.  Il nuovo stile di vita suburbano portò a un fondamentale cambiamento nei costumi di lavoro e di vita modificando anche le abitudini alimentari. Per adeguarsi alla velocità e alla mobilità della cultura dell’autostrada lo stile di vita suburbano richiedeva comodità, efficienza, velocità e prevedibilità nella preparazione e nel consumo di cibo. L'industria della carne reagì facendo dell'hamburger e delle catene di ristorazione fast food un sinonimo dello stile di vita suburbano. L'effetto psicologico e culturale dell'hamburger è stato impressionante e diffuso come simbolo dell'America agli occhi del resto del mondo, quando la gente si metteva in coda sotto gli archi dorati di McDonald partecipava all’esperienza americana. Nel  capitolo, oltre ad esserci  una bellissima descrizione dell’idea della carne che ha avuto l’americano medio da F.D. Roosvelt in poi, viene raccontato come si è giunti alla perfezione della catena  organizzata  di McDonald's nel produrre gli hamburger e del modo intelligente nella scelta di localizzazione dei negozi… “Nei primi anni '60 Kroc[9] cominciò a scandagliare il paese sul suo aereo aziendale osservando dall'alto con un binocolo incroci autostradali, le aree di sviluppo residenziale, i centri commerciali, i punti nevralgici della crescente cultura dell’autostrada al pari di un generale che ti esponga bandierine su una mappa per dislocare le proprie truppe.  Krock collocò ristoranti McDonald's in ogni punto strategico macdonaldizzando il panorama americano in meno di una generazione.  Il suo fervore imprenditoriale rasentava il fanatismo messianico come lui stesso era disposto a riconoscere”. È interessante notare che i campanili delle chiese hanno giocato un ruolo fondamentale nella strategia di localizzazione… Krock collocò molti ristoranti nei pressi delle chiese suburbane, che l'immagine pura e salubre del suo ristorante e quella della vicina chiesa si sarebbero illuminate reciprocamente”.  Addirittura si dice che gli archi dorati di McDonald volessero rappresentare le porte del Paradiso… Oggi anche l'ultimo consumatore è sottoposto nelle proprie abitudini alimentari ai principi dell’organizzazione razionale, alla scienza della meccanizzazione, ai controlli di qualità, agli standard misurabili, alla prevedibilità del prodotto, a un uso efficiente e utilitaristico del tempi, sostiene Rifkin. Lo stesso criterio tecnologico utilizzato per gestire i manzi negli allevamenti industriali e nelle linee di produzione dei mattatoi è stato efficacemente utilizzato anche per gestire la performance dei lavoratori addetti alla macellazione e per riorientare le abitudini alimentare del consumatore verso i banchi dei ristoranti fast food. Ogni elemento del moderno complesso bovino - il bestiame, i lavoratori, i consumatori - si è trasformato in unità di produzione di consumo nell’ambito di una gabbia di riferimento utilitarista, orientata al profitto.

Per fortuna, McDonalds oggi non è più così di moda come al tempo di stesura di Ecocidio.

E che dire del  XXXVIII “La decostruzione della carne moderna”? Vi devo riportare qualche brano. “La vacca è un animale fra i più placidi per temperamento appare pacifica e soddisfatta… ha una visione del mondo sfocato dato che le manca la macula lutea… bruca in uno stato di quasi sonnambulismo sembra vivere in un mondo parallelo…

 Il Toro irradia forza, la sua massa si concentrano nella parte anteriore del corpo, ha un collo poderoso e quarti posteriori e snelli al punto da sembrare incapace di reggere una mole così imponente… il suo atteggiamento è determinato, attento. Il Toro è territoriale, il suo l'occhio è intenso, il suo sguardo pericoloso.

La carne moderna è testimone dell'ethos utilitarista: all'atto della nascita lo spirito dell'animale viene spietatamente represso e soppresso. I bovini vengono castrati, privati delle corna, imbottiti di ormoni antibiotici, irrorati di insetticida, allineati su un piano di cemento ingozzati di cereali, segature, morchia e liquami finchè raggiungono il peso ideale, poi vengono trasportati in camion a mattatoi automatizzati dove vengono uccisi, smembrati, tagliati a pezzi, mescolati confezionati e proposti in prodotti e sottoprodotti utili che nulla hanno più a che vedere con le creature viventi da cui derivano. Naturalmente i bovini sono sfruttati da tempo immemorabile, da sempre l'essere umano ha contato sui bovini e su altri animali per avere il cibo, abiti, riparo, trazione, combustibile e altri beni di prima necessità, ma fin dall'antichità l'uomo ha capito che gli altri animali non erano molto differenti da lui.

Con l'uomo, l'animale condivideva caratteri fisici e comportamentali come lui pensava, reagiva, dimostrava affetto e amore, tutelava il proprio interesse, proteggeva i cuccioli e provvedeva al loro futuro. Queste analogie erano sufficienti a rendere l'uccisione e il consumo degli animali da parte dell'uomo una faccenda delicata, tanto che per risolvere le contraddizioni legate all’uccisione e al consumo di creature senzienti le culture carnivore premoderne svilupparono una grande varietà di atti rituali per compensare l'atto di proprio di appropriazione della vita di un'altra creatura. Rifkin ci racconta che successivamente l'ebraismo e la tarda cristianità si liberarono degli aspetti sacrificali della macellazione animale. All'uomo non era più richiesta l'espiazione per aver tolto la vita a un'altra creatura e altri espedienti furono trovati per giustificare il consumo di carne animale. Anche i teologi giudaico cristiani offrirono la giustificazione razionale all’uccisione dell’animale a scopo alimentare, più tardi i pensatori illuministi offrirono anche una giustificazione biologica ipotizzando che la natura esistesse solo in funzione del soddisfacimento dei bisogni utilitaristici umani, poi i darwiniani aggiunsero che l'unico scopo dell'evoluzione era promuovere la sopravvivenza del più adatto nella lotta competitiva della natura, e dato che l'uomo era il più evoluto appropriandosi della carne di altre creature e metabolizzandola nella massima misura possibile non avrebbe fatto altro che rispettare il proprio ruolo nell’evoluzione.

Queste elaborate giustificazioni non sono state però sufficienti a placare il conflitto negli uomini e nelle donne occidentali che continuano a compatire le bestie di cui si nutrono e a provare sentimenti contraddittori. Per liberarsi la coscienza l'uomo moderno ha eretto una serie di barriere che lo separano per quanto possibile dall’animale di cui si nutre sottraendosi a una relazione intima con la preda l'uomo è riuscito a sopprimere il profondo legame emotivo che insieme alla paura e il disgusto, alla vergogna e il pentimento accompagna l’uccisione di un'altra creatura.

L’ubiquo hamburger rappresenta l'ultimo stadio del moderno processo di decostruzione della carne il bovino è stato disassemblato in una materia indistinguibile, reso manipolabile, modellabile in un processo di produzione altamente meccanizzato.

Rifkin termina il suo saggio considerando il bovino come il male occulto poiché è pervasivo, le attività che lo circondano hanno contribuito in misura rilevante al deterioramento dell'ambiente del pianeta e abbiamo visto perché.  Inoltre, i consumatori del Primo Mondo si godono i piaceri di una dieta di carne, ma patiscono le conseguenze degli eccessi che la posizione dominante dell’artificiosa scala delle proteine comporta, con il corpo intasato di colesterolo, vene arteriose occluse da grassi animali e sono vittime delle malattie del benessere degli attacchi cardiaci, dei tumori del colon, della mammella e del diabete. Il moderno “complesso bovino” rappresenta quindi una nuova specie di forza malvagia che agisce nel mondo. Questo male occulto viene inflitto a distanza, è un male camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici istituzionali, un male così lontano nel tempo e nel luogo da chi lo commette e da chi lo subisce da non lasciar sospettare alcuna relazione causale. Lasciare intendere, infatti,  che un individuo sta facendo il male coltivando cereali destinati all’alimentazione animale o consumando un hamburger può sembrare strano perfino perverso, come i proprietari dei negozi in cui si vende carne di bovini nutriti a cereali non avvertono mai personalmente la disperazione delle vittime della povertà di quei milioni di famiglie allontanate dalla propria terra (land grabbing) per fare spazio a coltivazione di prodotti destinati esclusivamente all'esportazione e i ragazzi che divorano i cheeseburger in un fast-food è certo che non siano consapevoli di quanta superficie di foresta fluviale sia stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel pasto e che il consumatore che acquista una bistecca al supermercato non si senta responsabile del dolore della brutalità patiti dagli animali nei moderni allevamenti ad alta tecnologia.   

 Ma si può andare oltre la carne, consiglia Rifkin, nel nome del progresso del profitto il moderno complesso bovino ha distrutto ecosistemi naturali e trasformato parte del pianeta in una desolata terra semi desertica inadatta ad essere abitata da uomini, animali e vegetali. In nome dell’efficienza il moderno complesso bovino ha trasformato vacche, lavoratori di impianti di macellazione, consumatori in dati di produzione, di consumo, utensili e target privi di qualsiasi valore intrinseco e spirituale.

La mitologia della carne è stata utilizzata continuamente per affermare il dominio maschile, sottolineare le divisioni di classe promuovere gli interessi del nazionalismo e del colonialismo, perpetuare la disuguaglianza sociale e lo sfruttamento economico su scala mondiale. La storia della lunga relazione dell’umanità con i bovini è la storia della relazione dell'uomo con la propria capacità generativa: il Toro e la Vacca antiche icone della nostra virilità e fertilità sono stati dissacrati, snaturati, spogliati della loro vitalità e trasformati in macchine per produrre.

Nel primo stadio del nostro rapporto con i bovini i nostri antenati veneravano una forza generatrice: i nostri antenati rendevano omaggio ai bovini per compiacere gli dèi e i loro riti erano pensati per manipolare le forze cosmiche a loro vantaggio in modo da prosperare e mangiavano carne per assimilare lo spirito divino, partecipare al grande ciclo ed eterna rinascita.

 Nella seconda fase di questo rapporto ci siamo sostituiti agli dèi e abbiamo trasformato i bovini in una risorsa produttiva manipolabile, abbiamo conquistato il controllo sui bovini e per estensione sulla forza generatrice della natura prendendoli entrambi dipendenti dai nostri scopi razionali, abbiamo annullato la nostra dipendenza dalla natura ma nel farlo abbiamo perso il senso del sacro e della comunione intima con il resto del creato.

 Oggi siamo al principio della terza fase della saga uomo bovino. Scegliendo di non mangiare carni bovine manifestiamo la volontà di fondare una nuova alleanza con queste creature una relazione che trascende gli imperativi del mercato nella dissolutezza del consumo andare oltre la carne significa trasformare radicalmente il nostro modo di pensare su quello che è l'atteggiamento giusto nei confronti della natura nel nuovo mondo che si va formando.

Eliminando la carne dalla dieta umana la nostra specie può compiere un significativo passo in avanti verso una nuova consapevolezza allo scopo di salvarsi insieme al pianeta. Il controverso economista Jeremy Rifkin ha scritto tanti saggi…ma è stato anche consulente di diverse multinazionali.

 

Il libro “Siete pazzi a mangiarlo!” di Christophe Brusset è una confessione-denuncia di un insider delle multinazionali del cibo. Nel capitolo “pericolo giallo” racconta che nel settembre 2008 scoppia in Cina l'enorme scandalo del latte contaminato con la melammina uno dei principali costituenti della fòrmica… questa sostanza è stata aggiunta fraudolentemente al latte per aumentare artificialmente il tasso di proteine ma, questa provoca negli uomini e negli animali la formazione di calcoli responsabili dei problemi renali e urinari. L’ampiezza della frode è tale che la maggior parte del latte di uso corrente in Cina, liquido o in polvere, è contaminato così come i prodotti che ne contengono come lo yogurt, il formaggio, il cioccolato, i biscotti, le caramelle Mou. Anche il latte maternizzato non fa eccezione e ovunque nel paese i bambini si ammalano… questo dramma ha traumatizzato la popolazione tanto che il latte in polvere maternizzato importato, è divenuto improvvisamente un prodotto di lusso e tuttora è oggetto di vasto contrabbando. I consumatori cinesi hanno perso la fiducia nei prodotti nazionali con una vera e propria esplosione delle importazioni. Ma in Cina c'è stato anche nel 2011 il caso dei panini ingialliti tramite l'aggiunta di una pittura tossica per farli sembrare di granturco e nel 2013 nella regione di Shanghai è stata smantellata la “mafia del maiale” che smerciava come carne commestibile, gli animali morti di malattia. Nel 2014 Walmart, la prima catena di supermercati nel mondo, ha dovuto ritirare gli scaffali di alcuni dei suoi punti vendita cinesi la carne d'asino molto consumata in Cina perché conteneva carne di volpe e nel 2014 uno stabilimento di Shanghai che produceva anche le nugget di pollo e le polpette di manzo per di McDonald's è stato chiuso per aver riciclato carne scaduta mischiandola in carne fresca. Nel 2014 c'è stato lo scandalo del tofu tossico in cui centinaia di tonnellate di tofu contenevano idrossidometasolfinato di sodio, un agente sbiancante cancerogeno vietato. Purtroppo, innumerevoli prodotti alimentari cinesi vengono esportati in tutto il mondo compresa l'Europa… quasi 5 miliardi € in prodotti alimentari cinesi sono stati importati in Europa nel solo 2013.  

Molte delle aziende in tutto il mondo hanno un’etica particolare, una visione tutta loro del bene e del male: Il Bene tutto ciò che aumenta il profitto, il Male perdere soldi.

Quando si parla di cibo si deve stare ancora più attenti e l'autore ci vuole proprio mettere in guardia… le lumache di Borgogna i porcini di Bordeaux, la senape di Digione, le erbe di Provenza… tutti i prodotti che in realtà non vengono dai luoghi scritti sulle etichette, ma il timo viene dal Marocco, le lumache vengono dalla Turchia e così via… il che vuol dire che “trasformato in Francia” non significa di origine francese…Un'impresa non è un servizio sociale dello Stato la sua finalità non è il benessere dei suoi dipendenti o la soddisfazione dei suoi clienti ma il profitto o il margine di guadagno e per creare profitto la ricetta non è molto complicata, basta comprare o produrre a un costo inferiore a quello di vendita. La responsabilità più grande di determinati crimini ce l'hanno gli ipermercati e supermercati cioè la grande distribuzione poiché calmierano i prezzi mettendo in concorrenza i produttori gli uni contro gli altri. In pratica, un produttore che non può aumentare i propri prezzi ha come unica soluzione di produrre a costi ancora più bassi abbassando la qualità o abbassando il peso della merce venduta mantenendo lo stesso prezzo, che è una forma subdola di aumento.  Ogni alimento venduto al supermercato ha ormai i suoi segreti in addensanti per i formaggi, coloranti, additivi per i salumi (polifosfati, gelificanti, zucchero, glutammati, aromi e fumo liquido per il sapore, ascorbato di sodio e sali nitrati per la conservazione) …e si deve sapere anche che alcune confezioni sono pericolose come quelle di cartone riciclato a diretto contatto con gli alimenti anche se questi sono secchi come i legumi. Nel cartone riciclato si può trovare dell'olio minerale che proviene da imballaggi vecchi, fogli di carta, giornali che contenevano vernici e inchiostri e altre molecole chimiche non alimentari questi sono idrocarburi di oli minerali sono cancerogeni e genotossici e queste molecole si accumulano nei tessuti umani soprattutto nel fegato con il rischio del cancro. Per la gamma di prodotti biologici le normali confezioni di plastica non sembrano abbastanza naturali e quindi ne sono state usate delle plastiche oxo biodegradabili che sono plastiche non realmente più degradabili bensì frammentabili e generalmente a base di polimeri sintetici… alla plastica vengono semplicemente aggiunti degli additivi chimici che consentono di programmarne la frammentazione liberando così nell’ambiente una moltitudine di scagliette di plastica che come risultato finale produrranno le cosiddette microplastiche, minuscole particelle che non hanno nulla di ecologico. Queste polveri di plastica anche se sono diventate ormai invisibili inquinano l'ambiente e si ritrovano in tutta la catena alimentare, nei pesci certo, ma anche nel miele! La carta e il cartone sembrano naturali, soprattutto se sono di colore marroncino e sono riciclabili, ma non resistono all'acqua, si sfasceranno, non si saldano non fanno da barriera all’ossigeno, insomma, in molti casi sono inutilizzabili. Alcuni produttori di imballaggi hanno dunque spalmato il cartoncino con un sottile strato di plastica trasparente ciò rende la carta impermeabile pur lasciandola ben visibile e riconoscibile. Questa carta spalmata viene poi incollata su un foglio di plastica classica… il risultato è una confezione composita che sembra naturale, ma che è del tutto impossibile riciclare perché i materiali che la compongono non sono più separabili. È il massimo della stupidità! Quando si sa che la carta e la plastica da sole si riciclano perfettamente. 

 Se tanti prodotti all’apparenza naturali come il miele, la paprika, lo zafferano, l’origano… il tè verde cinese sono in realtà manipolati e hanno tracce di pesticidi e di escrementi di topo, figuriamo cosa c’è in un prodotto lavorato… ci fa capire Brusset.

Un alimento semplice come le cipolle la dice lunga su come siamo messi. La maggior parte delle cipolle e degli scalogni coltivati in Europa vengono inviati in Polonia, dove la manodopera costa di meno, per essere sbucciati a mano prima di tornare nei paesi di origine.  Il costo del trasporto aggiunto al costo della trasformazione realizzata in Polonia è meno elevato rispetto a quello della stessa prestazione lavorativa direttamente nei luoghi di produzione. Certo, non si tiene conto dell’emissione dei gas serra… e del costo ecologico che tale scelta secondo la logica del profitto impone.

La grande distribuzione ha fatto man bassa dell’industria agroalimentare, il rapporto di forza è talmente squilibrato che una piccola o media impresa non ha il minimo peso di fronte ai mastodonti della distribuzione. Le centrali d'acquisto le impongono sistematicamente delle condizioni ingiuste che deve accettare, ma questi vincoli portano molte imprese al fallimento o a delocalizzare. Questo è un problema che riguarda sì le imprese, ma deve riguardare soprattutto i consumatori, poiché le industrie sono obbligate a integrare nei prezzi di vendita tutti gli sconti fornitori che sanno di dover versare e devono restare comunque competitive e quindi per abbassare i costi, in ultima istanza abbasseranno la qualità dei prodotti.

Il libro termina con una piccola guida di sopravvivenza al supermercato che in sintesi si può riassumere in: controllare le origini; evitare i primi prezzi; privilegiare le grandi marche; evitare polveri e puree; controllare bene le liste degli ingredienti; controllare le confezioni; controllare le date di scadenza; diffidare dei marchi di garanzia; controllare le etichettature e fare del nostro peggior nemico il nostro migliore alleato. Quest’ultimo consiglio intende che siamo noi l'arma assoluta del marketing quando facilitiamo le cose quando non ci informiamo, quando non contestiamo, non ci indigniamo quando privilegiamo il prezzo, l'estetica e la praticità alla qualità.

In pratica, dice Brusset, non è il marketing che ci inganna, l’industriale che fa prodotti di cattiva qualità, i supermercati che li distribuiscono, le autorità incapaci di proteggere popolazioni da epidemia di obesità o diabete, ma sono i consumatori finali che sono creduloni e che comprano ad occhi chiusi.  Lui ci ha messo in guardia.

 

Nel documentario Planet of the Humans diretto dall’ambientalista Jeff Gibbs si vuole dimostrare che il capitalismo, con riuscite operazioni di greenwashing (una strategia di comunicazione adottata da alcune aziende che vogliono rendere la propria immagine “verde”, ossia attenta all’ambiente e alla sostenibilità ambientale. Per questo è come se si facessero un “lavaggio nel verde”, come se si “tingessero di verde”, ma appunto, è una questione puramente di immagine e non di sostanza.) nella maggior parte dei casi, il voler apparire un’impresa “green” nasconde pratiche che all’ambiente fanno tutt’altro che bene… si è mangiato l’ambientalismo.

Non possiamo sostenere questo ritmo di consumo delle risorse, non basterà cercare forme alternative di energia, di trovare l’Eldorado dell’energia “pulita”. C’è solo una unica via: ridurre. Per prima cosa lo spreco, a cominciare da quello di cibo. A nessuno piace la rinuncia, tantomeno a quei popoli che solo da poco tempo sono arrivati alle comodità della vita moderna. Anni fa ai miei studenti di economia aziendale, dopo aver spiegato cosa sia l’esternalizzazione e l’outsourcing che molte aziende adottano seguendo la logica del profitto, ho fatto anche capire che quello che le teorie economiche capitalistiche predicano oggi, andava contro il buon senso del vivere comune. L’usare il polistirolo e la plastica per confezionare 3 zucchine al supermercato, garantiva sì lavoro agli operai delle industrie del packaging, ma alla lunga avrebbe intossicato il nostro Pianeta. Le multinazionali hanno la forza di convincere i governi che la crescita del PIL è il termometro del benessere di un paese, ma ci sono altri economisti con meno forza economica, ma con più lungimiranza per il benessere della comunità che del singolo, che sostengono che debba essere il FIL (indice di felicità interna) a misurare il benessere di un popolo. Noi tutti consumiamo molto, lo sappiamo e dobbiamo fare un mea culpa, ma dovremmo anche formulare un je accuse contro i governi conniventi con poteri forti e multinazionali che promuovono i consumi indotti grazie al marketing sfrenato senza scrupoli di certe aziende. Nel Tibet la popolazione aveva un’economia ricca e solidale prima che fosse invaso dall’economia capitalistica che ha portato la comunità nella povertà e nella disperazione come possiamo vedere nel documentario “L’economia della felicità” di Helena Norbert-Hodge del 2012 e leggere nel suo saggio omonimo.

I beduini nomadi hanno ancora oggi un’economia di sussistenza basata sulle greggi di pecore, capre e sui cammelli come i loro antenati preistorici. Loretta Napoleoni in “Sul filo di lana” scrive: “… Mentre osservavo affascinata la preparazione di questo pranzo di benvenuto mi resi conto che quasi tutti i loro beni provenivano dal gregge. La tenda era realizzata con lunghe strisce di stoffa tessuta con pelo di capra e lana di pecora… i tendaggi interni erano tessuti con pelo di cammello.  Mangiammo montone, la carne ovina tipica del Medio Oriente e il latte, lo yogurt e il formaggio stagionato che ci offrirono venivano tutti da loro dalle loro greggi di pecore e di capre. Il fuoco e le stufe erano alimentati con lo sterco di questi stessi animali. Dopo pranzo notai in un angolo una pila di coperte fatte a maglia… vidi che la lana doveva essere stata filata in maniera speciale per risultare tanto sottile e morbida con poco spessore e prima di quasi tutta la lanolina. …era stata raccolta a mano dal collo delle pecore dove il vello ha una consistenza molto sottile…

Sì, non può esserci ambientalismo senza un ribaltamento (o meglio la fine) del capitalismo. Il rischio, guardando questo doc, è di alzare le mani e dirsi, «mi arrendo, è tutto inutile», o pentirsi delle scelte fatte, tipo ricoprire il tetto di casa di pannelli solari.

Ho letto qualche anno fa “Sapiens – Da animali a dèi” di Yuval Noah Harari in pochi giorni nonostante fosse un saggio di oltre 500 pagine. Ci fu regalato da una coppia di cari amici e a distanza di pochi giorni, ci fu regalato anche dalle nostre figlie. Ora a casa abbiamo due copie e ne sono ben felice, così posso prestarne una, quella non sottolineata, e tenermi quella che ho letto attentamente. Harari è un professore di Storia specializzato a Oxford che insegna storia alla Hebrew University di Gerusalemme. Harari oltre a essere uno storico e un bravissimo divulgatore, è un filosofo nell’anima e mi piace quello che dice e come lo dice.

Il testo, oltre a ripercorrere la storia dell’umanità, spiega come siamo arrivati a creare le società, le leggi, la burocrazia, il consumismo e la ricerca della felicità.

 A un certo punto del testo scrive: “Poiché le distinzioni biologiche tra differenti gruppi di Homo Sapiens sono, di fatto, assolutamente trascurabili, la biologia non è in grado di spiegare, per esempio, né le complessità della società indiana, né le dinamiche razziali americane. Possiamo capire quei fenomeni solo studiando gli eventi, le circostanze e i rapporti di potere che hanno trasformato certi prodotti dell'immaginazione in strutture sociali crudeli e molto concrete. Società differenti adottano tipi differenti di gerarchie immaginate, ma c'è una gerarchia di suprema importanza in tutte le società umane conosciute: la gerarchia di genere. Ovunque le genti si sono divise fra uomini e donne. E quasi ovunque gli uomini hanno avuto la meglio, almeno a partire dalla Rivoluzione agricola.” … e continua con le innumerevoli ingiustizie che hanno subito le donne nel corso della storia. Le varie società, sostiene, associano alla mascolinità e alla femminilità una quantità enorme di attributi che, per la maggior parte, non hanno alcun fondamento biologico preciso. Numerosi greci di oggi pensano che una parte integrante della qualità maschile stia nell’essere attratto sessualmente soltanto dalle donne, e nell’avere rapporti sessuali esclusivamente con l'altro sesso. Non lo considerano un dato culturale, quanto piuttosto una realtà biologica: i rapporti tra due persone di sesso opposto sono naturali, e innaturali quelli tra persone dello stesso sesso. In realtà, a madre natura non importa se gli uomini si sentano attratti sessualmente l'uno dall'altro. Un numero significativo di culture umane ha considerato le relazioni omosessuali non solo legittime, ma anche costruttive dal punto di vista sociale, vedi gli antichi greci.  Come possiamo distinguere ciò che è biologicamente determinato da ciò che cerchiamo di giustificare tirando in ballo miti biologici? Una buona regola dice: “La biologia consente, la cultura proibisce”. La biologia è propensa a tollerare uno spettro di possibilità assai ampio, ma la cultura tende a sostenere che essa proibisce solo ciò che è innaturale. Ma da un punto di vista biologico niente è innaturale. Tutto quello che è possibile è, per definizione, anche naturale.  Molti concetti naturali e innaturali provengono dalla teologia cristiana, sostiene, piuttosto che dalla biologia.

Per rendere le cose meno complicate, gli studiosi tendono di solito a distinguere fra “sesso” che è una categoria biologica e “genere”, che è una categoria culturale. Il sesso pone una distinzione fra maschi e femmina, e le qualità di questa divisione sono dati oggettivi rimasti costanti attraverso la storia. Il genere pone una distinzione fra uomini e donne (anche se ci sono in alcune culture altre categorie). Le cosiddette qualità “mascoline” e “femminine” sono intersoggettive e subiscono continui cambiamenti.

Il sesso è un gioco da bambini, il genere invece è una faccenda seria.

 Le società patriarcali educano gli uomini a pensare agire in modo mascolino e le donne a pensare agire in modo femminile punendo chi osa attraversare questi confini e le qualità considerate maschili sono più stimate risposto a quelle considerate femminili. Vengono anche investite meno risorse nella salute e nell’educazione delle donne che godono anche di minori opportunità economiche, di minore potere politico e di minore libertà di movimento. Qui Harari si domanda come mai, salvo rare eccezioni, il “patriarcato sia e sia stato così universalee suppone che possa esserci una teoria biologica che avvalori questo motivo. Una potrebbe essere la potenza muscolare, ma non lo ritiene possibile, un’altra teoria è quella dell’aggressività, nel senso che milioni di anni di evoluzione hanno reso gli uomini molto più violenti delle donne, ma anche questa teoria Harari non la ritiene attendibile e lo spiega.  Un terzo tipo di spiegazione biologica attribuisce minore importanza alla forza bruta e alla violenza e avanza l'ipotesi che attraverso milioni di anni dell’evoluzione gli uomini e le donne abbiano sviluppato differenti strategie di sopravvivenza e di riproduzione. Poiché gli uomini competevano l'uno contro l'altro per avere l'opportunità di fecondare le donne fertili, le probabilità individuali di riproduzione dipendevano soprattutto dalla capacità del singolo uomo di superare sconfiggere gli altri uomini. Con il passare del tempo, i geni maschili che riuscivano a passare alla generazione successiva appartenevano gli uomini più ambiziosi, aggressivi e competitivi.  Una donna in gravidata invece, aveva bisogno di un uomo per assicurarsi la sopravvivenza e di veder garantita anche quella dei figli e non ebbe altra scelta se non accettare qualsiasi condizione l'uomo ponesse. Col passare del tempo i geni femminili che passavano la generazione successiva erano di donne remissive che si prendevano cura della prole. Il risultato di queste differenti strategie di sopravvivenza è che gli uomini sono stati programmati per essere ambiziosi e competitivi e per eccellere in politica e negli affari, mentre le donne sono state indotte a farsi da parte e a dedicare la loro vita all'allevamento dei figli. Anche questo approccio viene smentito dell’esperienza empirica: ci sono molte specie di animali tra cui gli elefanti e gli scimpanzé bonomo, in cui la dinamica fra femmine dipendenti e maschi e competitivi sfocia in una società matriarcale. Se ciò è possibile fra i bonomo e gli elefanti perché non dovrebbe esserlo fra i Sapiens? Al momento presente non disponiamo di una risposta a questo interrogativo può darsi che le ipotesi comuni siano sbagliate. Forse i maschi della specie Homo Sapiens sono caratterizzati non dalla forza fisica dall'aggressività o dalla competizione, ma da superiori qualità sociali e a una maggiore tendenza a cooperare. Semplicemente non lo sappiamo ancora, dice Harari - almeno è onesto - quel che sappiamo però è che durante il secolo scorso i ruoli di genere hanno subito un enorme rivoluzione. 

Nel 1620, Francis Bacon, pubblicò un manifesto scientifico intitolato Novum Organum in cui si affermava che “la conoscenza è potere” e dette avvio alla connessione fra scienza e tecnica. Scienza, industrie e tecnologia militare cominciarono a intrecciarsi soltanto con l'avvento del sistema capitalistico e con la prima Rivoluzione Industriale. Tuttavia, una volta che questo rapporto fu stabilito, esso trasformò il mondo molto velocemente. Quando la cultura moderna riconobbe che c'erano molte cose importanti che ancora non conosceva, quando tale ammissione di ignoranza si sposò con l'idea che le scoperte scientifiche potevano conferire nuovi poteri, si cominciò a sospettare che, dopo tutto, attuare un vero progresso fosse possibile. Povertà, malattia, guerra, carestia, vecchiaia e la morte stessa non erano il destino inevitabile del genere umano. Erano semplicemente il frutto della nostra ignoranza. Il capitalismo esordì come una teoria sui modi in cui funziona l'economia e forniva una descrizione di come il denaro operava e promuoveva il concetto secondo cui reinvestire i profitti nella produzione porta a una veloce crescita economica. Gradualmente, il capitalismo diventò molto più che una pura e semplice dottrina economica e questa nuova “religione” ha avuto un influsso decisivo anche sullo sviluppo della scienza moderna. Oggi non si investe nella scienza, se non vi è “utilità”, nel senso di aumento di produzione e di profitti. Se non si tiene conto della scienza, la storia del capitalismo è incomprensibile. La fede capitalistica in una perpetua crescita economica va contro quasi tutto ciò che sappiamo dell'universo. “Un branco di lupi sarebbe assolutamente folle a pensare che la disponibilità di pecore possa crescere in definitivamente.” Sostiene Harari. Il capitale e la politica si influenzano reciprocamente in misura tale che i loro rapporti vengono dibattuti animatamente dagli economisti, dai politici e dalla gente comune. I capitalisti convinti tendono ad affermare che il capitale dovrebbe essere libero di influenzare la politica, ma che ai politici non dovrebbe essere consentito di influenzare il capitale. Il libero mercato ha un neo, secondo Harari, perché non può garantire che i profitti vengono ricavati in modo giusto o redistribuiti in maniera equa. L'economia capitalistica moderna, se vuole sopravvivere, ha come imperativo il costante incremento della produzione, ma produrre di per sé non basta. Ci deve essere anche qualcuno che compra i prodotti e pertanto si è creata una nuova etica: il consumismo. Scrive Harari che l'etica capitalistica e quella consumistica sono due facce della stessa medaglia una fusione dei due comandamenti: Investire e comprare.

Il genere umano si è impadronito del mondo. Degrado ecologico e scarsità delle risorse sono però due cose diverse, da una parte le risorse disponibili per l'umanità sembra siano in costante aumento e non è vero, mentre la paura del degrado ecologico è assolutamente fondata. In futuro, è possibile che i Sapiens acquistino il controllo su una miriade di materiali nuovi e di nuove fonti di energie distruggendo però simultaneamente ciò che rimane dell’habitat naturale e portando all'estinzione molte altre specie. In realtà, lo scompiglio ecologico potrebbe mettere in pericolo la stessa sopravvivenza di Homo Sapiens: il riscaldamento terrestre, l’innalzamento degli oceani, l'inquinamento sempre più diffuso potrebbero rendere il nostro pianeta meno abitabile per la nostra specie e il futuro potrebbe di conseguenza assistere a una gara fra le possibilità dell'uomo e disastri naturali indotti dall'uomo stesso. Molti definiscono tale processo “distruzione della natura“. Ma secondo Harari, non sarà una reale distruzione, ma una mutazione. La natura non può essere distrutta. Circa 65 milioni di anni fa un asteroide spazzò via i dinosauri, ma così facendo, aprì la strada ai mammiferi. Oggi il genere umano sta portando all'estinzione molte specie e potrebbe distruggere se stesso ma, nello stesso tempo, altri organismi se la cavano benissimo. Ratti e scarafaggi sono in pieno rigoglio. Queste creature tenaci riuscirebbero probabilmente a scamparla sotto le macerie fumanti di una apocalisse nucleare e forse fra 65 milioni di anni, ratti intelligenti rivolgeranno grati un pensiero allo sterminio operato dal genere umano. Il testo è molto interessante e consiglio nuovamente di leggerlo. Nel bellissimo capitolo 19, “E vissero felici e contenti” si legge: “Gli ultimi 500 anni sono stati testimoni di una serie sbalorditiva di rivoluzioni. La Terra è stata unificata in un'unica sfera ecologica e storica… la scienza e la rivoluzione industriale hanno conferito all'umanità poteri oltre umani e un'energia praticamente illimitata. L’ordine sociale si è trasformato completamente, così come la politica, la vita quotidiana e la psicologia umana, ma siamo più felici?” Se la risposta è no a che cosa è servito sviluppare l'agricoltura, le città, la scrittura, la coniatura delle monete, gli imperi, la scienza e l'industria?

I contadini dovevano lavorare molto di più dei cacciatori-raccoglitori per ottenere cibi meno variati e meno nutrienti e erano molto più esposti alle malattie e allo sfruttamento. Analogamente la diffusione degli imperi europei accrebbe notevolmente il potere collettivo dell'umanità attraverso la circolazione delle idee, delle tecnologie dei raccolti e l'apertura di nuove vie commerciali. Tuttavia, non fu certo una svolta positiva per milioni di africani, di nativi americani e di aborigeni australiani. Quando giudichiamo la modernità è fin troppo facile assumere il punto di vista di un individuo occidentale borghese del XXI secolo. Inoltre, sostiene Harari, la breve età dell'oro di quest'ultimo mezzo secolo potrebbe aver gettato i semi di una futura catastrofe. Nel corso degli ultimi decenni abbiamo continuato a turbare l'equilibrio ecologico del nostro pianeta in ogni modo e possiamo congratularci con noi stessi riguardo alle conquiste senza precedenti compiuta dal moderno Sapiens solo se ignoriamo il destino di tutti gli altri animali. Nel corso degli ultimi due secoli, decine di miliardi di questi animali sono state sottoposte a un regime di sfruttamento industriale che non ha precedenti negli annali del pianeta Terra. Poi dice la sua sui cyborg, sull’ingegneria genetica e così via... Il saggio termina in questo modo: “Che cosa vogliamo diventare? Tale questione, chiamata “questione del potenziamento umano”, ridimensiona i dibattiti che attualmente preoccupano i politici, i filosofi, gli studiosi e la gente normale… in fin dei conti il dibattito odierno fra le religioni, le ideologie, le nazioni e le classi sociali del nostro tempo è destinato con tutta probabilità a scomparire insieme ai Sapiens. Se i nostri successori avranno un livello diverso di coscienza…  appare dubbio che il cristianesimo o l'islam rivestiranno qualche interesse per loro, o che la loro organizzazione sociale potrà essere comunista o capitalista, o che i loro generi potranno essere maschile e femminile… siamo passati dalle canoe alle galee, dai battelli a vapore alle navette spaziali, ma nessuno sa dove stiamo andando. Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto, gli umani sembrano più irresponsabili che mai. Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo rendere conto a nessuno. Di conseguenza, stiamo causando la distruzione dei nostri compagni animali e dell’ecosistema circostante, ricercando null'altro che il nostro benessere e il nostro divertimento, e per giunta senza mai essere soddisfatti.

Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?”

Nel suo secondo, a mio parere, bellissimo saggio storico-filosofico, “Homo Deus – Breve storia del futuro”, Yuval Noah Harari apre sostenendo che da qualche decennio siamo riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Il testo è stato pubblicato in Italia nel 2017, tre anni prima del COVID-19 quando si pensava che l’essere umano era padrone oltre che della tecnologia, anche della scienza e che saremmo stati al riparo da certe malattie virali. L'impensabile può accadere…

Il testo racconta che la storia dell’umanità è una narrazione, prima orale e poi scritta in cui i Sapiens si sono riconosciuti e hanno stretto diverse alleanze, una con Dio, per esempio.  

Se la religione è un contratto e la spiritualità è un cammino, voglio chiarire che io amo camminare.

La narrazione non è il male, anzi è vitale. Senza storia accettate da tutti su cose come il denaro, gli stati, le società per azioni, o le regole del calcio, nessuna società umana complessa può funzionare. Ma le storie sono soltanto strumenti.  Quando dimentichiamo che si tratta soltanto di finzione perdiamo il contatto con la realtà, sostiene Harari. La modernità è un nuovo patto. Il mondo moderno non crede nello scopo, crede solo nella causalità. Se la modernità ha un motto, sostiene Harari, può essere questo:” è così che vanno le cose”. Ma se così vanno le cose, allora gli uomini non sono vincolati e possono fare ciò che vogliono ammesso di riuscire a trovare il modo di farlo. Le pestilenze e le siccità non hanno significato cosmico e ora siamo in grado di eliminarle…

Forse e con lentezza, dico io, visto come sta andando con la pandemia in corso.

Secondo Harari, dopo la morte non ci aspetta alcun paradiso, ma possiamo creare il paradiso qui sulla Terra e viverci per sempre se solo riusciamo a superare alcune difficoltà tecniche… investendo denaro nella ricerca se le scoperte scientifiche accelereranno il progresso tecnologico… se le nuove tecnologie daranno impulso alla crescita economica e così via… e nessun Dio ci fermerà. In pratica, la vita moderna consiste in un incessante ricerca del potere dentro un Universo svuotato di senso. Se le pressioni evoluzionistiche hanno abituato gli esseri umani a guardare al mondo come a una torta di dimensioni invariabili e che se qualcuno ottiene una fetta più grande qualcun altro ne ottiene imparabilmente una più piccola, le religioni tradizionali hanno cercato di risolvere i problemi dell'umanità attraverso una redistribuzione della torta esistente, per così dire, oppure promettendo una torta nell'aldilà. La modernità, al contrario, si basa sulla convinzione che la crescita economica non sia solo possibile, ma assolutamente essenziale. In pratica, “se hai un problema forse hai bisogno di acquistare qualcosa, e se vuoi acquistare più cose, devi produrre di più.” Generazione dopo generazione la scienza ha permesso di individuare nuove fonti energetiche, nuove materie prime, macchinari più avanzati e oggi il genere umano dispone di quantità maggiori di energia… se proviamo a immaginare cosa accadrà fra vent'anni possiamo ragionevolmente aspettarci di produrre e consumare, nel 2037, molto più di quanto facciamo oggi. Confidiamo che la nanotecnologia e l'ingegneria genetica e l'intelligenza artificiale rivoluzioni la produzione e abbiamo buone probabilità di risolvere il problema della scarsità delle risorse.

La vera nemesi della moderna economia, ci mette in guardia Harari, è il collasso ecologico.

Un tracollo ecologico causerà la rovina dell'economia, disordini politici, un drastico abbassamento degli standard di vita a cui siamo abituati, e metterà a rischio la stessa esistenza della civiltà umana. È logico. Chissà se la scienza sarà in grado di salvare, contemporaneamente l'economia dalla paralisi e l'ambiente dalla catastrofe… ci dovremmo preoccupare per il fatto che un’apocalisse ecologica potrebbe avere conseguenze diverse sulle differenti caste dell'umanità. Nella storia, la giustizia non esiste. Quando si verifica un disastro, i poveri soffrono sempre molto più dei ricchi, anche se spesso sono soprattutto questi ultimi a causare la tragedia. Già adesso il riscaldamento globale sta avendo conseguenze più pesanti sulla vita dei poveri che vivono in paesi africani aridi, piuttosto che su quella degli occidentali benestanti. Nonostante molti accademici e un numero crescente di politici riconoscano la realtà del riscaldamento globale, la gravità del pericolo, questa presa di coscienza non ha finora modificato i nostri comportamenti in maniera significativa. Inoltre, quando si parla di cambiamento climatico, molti di coloro che credono fermamente nella crescita non si limitano a sperare nei miracoli, ma danno per scontato che questi si verificheranno. Se nella peggiore delle ipotesi la scienza non riuscisse a scongiurare il diluvio, gli ingegneri saprebbero comunque costruire un Arca di Noè super tecnologica per la casta superiore (i ricchi) mentre miliardi di persone povere annegherebbero. La fede in quest’arca high-tech rappresenta al momento una delle più gravi minacce per il futuro del genere umano dell’intero ecosistema, secondo Harari. È il moderno patto dell’alleanza.

Oggi, criticare duramente il capitalismo liberista è una delle priorità del dibattito intellettuale, ma dal momento che il capitalismo domina il nostro mondo è difficile comprendere i suoi difetti prima che essi provochino una catastrofe apocalittica.  La moderna alleanza ci ha promesso un potere senza precedenti e nella realtà tale promessa non è stata disattesa, ma in cambio ci ha richiesto la rinuncia al significato. Tuttavia, il genere umano oggi non è solo più potente che mai, ma è anche più pacifico e cooperativo. Come ci siamo riusciti e come la moralità, e la bellezza, e la compassione sopravvivano e resistano in un mondo senza dèi, senza paradiso e senza inferno può essere spiegato solo dalla comparsa di una nuova rivoluzionaria religione: l'umanesimo. 

L’umanesimo è la nuova narrazione del genere umano, secondo Harari.

Mentre tradizionalmente il grandioso piano cosmico dava un senso alla vita degli umani, l'umanesimo capovolge i ruoli e prevede che l'esperienza e gli umani diano un senso al cosmo: dare un senso al mondo che un senso non ha. Di conseguenza la rivoluzione religiosa fondamentale della modernità non è stata smarrire la fede in Dio, bensì accrescere la fede nell'umanità. Ricordiamo le parole di Jean Jacques Rousseau “… tutto ciò che avverto come bene è bene, tutto ciò che avverto come male e male.” Senza stare a ripetere l’excursus storico, sociologico e filosofico di Harari, in poche parole si può sostenere che di fatto l'umanesimo ha condiviso il destino di ogni religione di successo come il cristianesimo e il buddismo. Dopo essersi diffuso e sviluppato, si è spaccato in numerose sette in lotta fra di loro e tutte queste sette credono che l'esperienza umana sia la fonte suprema dell'attualità e del senso della vita, ma la interpretano in modi differenti. L'umanesimo si divide in tre filoni principali secondo Harari, il filone ortodosso che ritiene che ogni essere umano è un individuo unico che possiede una distintiva voce interiore e una serie irripetibile di esperienze e l’individuo libero dovrà avere più importanza negli interessi dello Stato e delle dottrine religiose. Grazie a questa esaltazione della libertà il filone ortodosso dell'umanesimo è conosciuto come umanesimo liberale o semplicemente come “liberalismo”. La politica liberale crede che l'elettore sappia cose meglio votare, l'arte liberale ritiene che la bellezza risieda nell’occhio di chi osserva, l'economia liberale crede che il consumatore abbia sempre ragione… l'etica liberale ci consiglia di procedere per la nostra strada, se è questo che ci fa stare bene. La pedagogia liberale ci insegna a pensare in maniera autonoma…

Fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo mentre l'umanesimo vedeva aumentare la sua credibilità sociale e il suo potere politico, si svilupparono due rami: l'umanesimo socialista e l'umanesimo evoluzionista di cui più noti fautori furono i nazisti e ora i populisti. Alla fine del capitolo, Harari, sostiene che i grandiosi progetti umani del ventesimo secolo hanno sconfitto la fame, le epidemie, (?) le guerre e si sono prefissi l’obiettivo di salvaguardare una norma universale di agiatezza, salute e pace per ciascuno. I nuovi progetti del ventunesimo secolo saranno quelli di ottenere l'immortalità, la felicità eterna e uno status divino. Questi nuovi progetti potranno anche creare una nuova casta dei superuomini e superdonne (aggiungo io), che potrebbe disfarsi delle sue radici liberali e trattare i “normali uomini” non meglio di come gli europei del diciannovesimo secolo trattavano gli africani. Se le scoperte scientifiche, gli sviluppi tecnologici divideranno l'umanità in una massa di uomini e donne inutili e una piccola élite di superuomini e superdonne potenziati, o se la qualità sarà trasferita dagli esseri umani agli algoritmi dotati di un’intelligenza superiore, allora il liberalismo collasserà. Arriveremo al datismo: la religione dei dati.

Harari conclude: il datismo minaccia di fare a Homo Sapiens quello che Homo Sapiens ha fatto tutti gli altri animali. Le vite e l'esperienza di tutti gli altri animali erano sottostimate perché assolvevano funzioni meno importanti rispetto agli esseri umani e ogni volta che un animale cessava di svolgere una qualunque funzione necessaria si estingueva. Quando noi umani perderemo la nostra importanza funzionale per la rete di connessioni, scopriremo che non siamo all'apice della creazione e i parametri che abbiamo venerato ci condanneranno alla stessa sorte toccata ai mammut o ai delfini fluviali cinesi… cioè all'oblio. “A uno sguardo retrospettivo, l'umanità si rivelerà essere stata soltanto un’increspatura nel flusso di dati cosmico”. Harari termina il saggio dichiarandosi non in grado di prevedere il futuro poiché la tecnologia non è deterministica e potrebbe creare tipi di società molto differenti da quelle prospettate. L'intento del saggio è stato quello di ampliare i nostri orizzonti per renderci consapevoli dell’esistenza di uno spettro di opzioni assai più vasto rispetto ai vincoli di ideologie e sistemi sociali contemporanei.

Se riflettiamo in termini di mesi, con ogni probabilità dovremo concentrarci su problemi immediati come i disordini che coinvolgono il Medio Oriente, la crisi dei rifugiati in Europa e l'economia cinese. Se pensiamo in termini di decenni, allora ci dovremo concentrare sul riscaldamento globale, la crescente diseguaglianza e la disgregazione del mercato del lavoro che stanno all’orizzonte in maniera minacciosa. Tuttavia, se vogliamo guardare allo sviluppo della vita in maniera davvero ambiziosa e lungimirante dovremo rispondere a queste tre domande:

1.    gli organismi sono davvero soltanto algoritmi e la vita è davvero soltanto elaborazione di dati?

2.    che cos'è più importante l'intelligenza o la consapevolezza?

3.    che cosa accadrà alla società, alla politica e alla vita quotidiana quando algoritmi non coscienti ma dotati di grande intelligenza ci conosceranno più a fondo di quanto noi conosciamo noi stessi?

Del III saggio di Harari, “21 lezioni per XXI secolo” riporto solo una frase: “Chi possiede i dati possiede il futuro” e ha detto tutto. Aiutoooo!!!

Dopo aver letto la trilogia di Yuval Noah Harari, ho voluto approfondire l’argomento sul cammino dell’umanità con l’importante saggio “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond che ha vinto con questo libro il premio Pulitzer nel 1998 per la saggistica. Diamond è docente all’Università della California e si occupa di biologia educativa e di biogeografia. Dopo aver raccontato di come si sia evoluta l’agricoltura da pochi centri nel mondo e come si sia poi diffusa in relazione alle varie differenze geografiche, nel capitolo XI spiega come l’agricoltura abbia portato alle malattie, alla scrittura, alla tecnologia e alle strutture di governo. Oggi si sa che sia gli adulti che i bambini contraggono malattie dai loro animali domestici. Molte sono semplici fastidi come le allergie, altre sono malattie che in passato, sono diventate faccende molto serie come vaiolo, influenza, tubercolosi, malaria, peste, morbillo, colera. Poiché queste sono state le principali cause di morte per lungo tempo, sono anche state fattori decisivi nel corso della storia. Nelle guerre fino alla Seconda guerra mondiale, le epidemie facevano molte più vittime delle armi, basti ricordare che gli indiani del Nuovo Mondo caddero sotto i bacilli spagnoli dei conquistadores piuttosto che sotto le armi. La questione dell’origine animale delle malattie è di grande importanza, si pensi all'Aids che pare essersi originato a partire da un virus di alcune scimmie africane. Purtroppo per noi, esistono i germi più furbi di altri… e alcuni come il virus dell’influenza, hanno imparato a cambiare i loro antigeni, cioè quei complessi molecolari e riconosciuti dagli anticorpi, la costante evoluzione di nuovi ceppi virali dotati di diversi antigeni spiega perché l'influenza contratta due anni fa non ci immunizza nei confronti della versione diffusa quest'anno. Ora, grazie, si fa per dire, al COVID-19 e a tutto quello che si è letto e sentito, la maggioranza della popolazione mondiale è a conoscenza di quanto descritto in questa parte del testo. Non posso sintetizzare, perché andrei fuori tema, questo interessantissimo saggio che invito a leggere, ma qualcosa voglio sottolinearla.

Diamond ci fa questa domanda retorica: Perché l'agricoltura è responsabile della nascita delle malattie infettive? Per prima cosa perché contadini sedentari a differenza dei cacciatori raccoglitori, devono convivere con i loro rifiuti, il che fornisce ai microbi una comoda strada per diffondersi nelle acque utilizzate dalla comunità.  Alcuni popoli rendono le cose ancora più facili ai batteri e vermi fecali raccogliendo le loro deiezioni e spargendoli sui campi come concime. Le tecniche di irrigazione di piscicoltura poi facilitano la vita ai molluschi, vettori della schistosomiasi e delle fasciole, che possono infilarsi nella pelle di chi si avventura nelle acque contaminate. Inoltre, gli insediamenti agricoli attirano i roditori, che sono noti veicoli di malattie. Il disboscamento, infine, rende l'habitat ideale per il prosperare della zanzara anofele che porta la malaria.

Se la nascita dell'agricoltura fu una festa per i nostri microbi, continua Diamond, l'arrivo nelle città fu addirittura la manna dal cielo: in città c'erano molti più ospiti potenziali, e in condizioni igieniche ancora peggiori. Un altro momento di gloria nella storia dei germi fu l'apertura delle rotte commerciali, che trasformarono i popoli d’Europa, Asia e Nord Africa in un gigantesco banchetto per microbi. In questo modo il vaiolo poté raggiungere Roma e uccidere milioni di cittadini dell'impero tra il 165 e il 180 d.C.

In parole povere, giunti ad un certo livello di popolazione e di affollamento, gli uomini dettero la possibilità agli agenti delle malattie infettive tipiche della nostra specie di evolversi e prosperare. Qui però c'è un paradosso: sono malattie nate con le società affollate, che prima non esistevano. Da dove si sono originate? Gli studi di biologia molecolare sui batteri e sui virus ci aiutano a rispondere alla domanda. Molti agenti patogeni umani sono stati individuati tra i parenti più prossimi: si tratta in gran parte dei microbi che causano analoghe epidemie nei nostri animali domestici. Le malattie infettive colpiscono soprattutto i gruppi numerosi affollati, presenti quasi esclusivamente nelle specie sociali. Quando queste specie, come i buoi e i maiali, furono domesticate, erano già vittime di germi che non chiedevano di meglio che trasferirsi nell’uomo. La nostra intimità con i bovini dura da 9000 anni, per esempio, e c'era tutto il tempo perché il virus della peste bovina si accorgesse di noi…

Intendiamoci, questo non significa che non possiamo non evolverci, socializzare e inurbarci, se questo è il destino dell’umanità, ma che lo si fa per tentativi ed errori… la scienza spesso spiega dopo, quel che è successo prima.

La storia si ripete. Scrive Diamond: “Circa il più sinistro dai sottoprodotti dell'agricoltura, le malattie, non siamo in grado di dire in quale area del vecchio mondo queste si siano originate. Comunque, l'arrivo della peste bubbonica e forse del vaiolo in Occidente, è ben documentato dal tempo dei romani e le cronache sono concordi nel dire che si era generato a Oriente. Anche l'influenza, derivata da una malattia dei suini, nacque probabilmente qui visto che i maiali furono domesticati assai presto e divennero subito numericamente rilevanti.” Per Oriente Jared Diamond si riferisce alla Cina. SIGH.

Sono Jeremy Rifkin dipendente. Ho letto i suoi libri e non ve li posso riassumere tutti, anche se vorrei. Leggeteli. Scrive benissimo.

Nel suo saggio del 2014 “La società a costo marginale zero” ribadisce un concetto noto agli economisti: la dinamica del sistema capitalistico trae alimento dalla scarsità. Più semplicemente, un bene è considerato economico quando è scarso, disponibile e quando c’è qualcuno che è disponibile ad acquistarlo. Risorse, beni e servizi hanno un valore di scambio e possono acquisire sul mercato un prezzo superiore al loro costo di produzione, ma se il costo marginale di quei beni e di quei servizi scende quasi a zero il loro prezzo si approssima alla soglia della gratuità, il sistema capitalistico perde la possibilità di fare leva sulla scarsità e la capacità di approfittare della dipendenza altrui. Quando il costo marginale per produrre ogni unità aggiuntiva di un bene o di un servizio si avvicina allo zero è segno che alla scarsità è subentrata l'abbondanza. L’idea di organizzare la vita economica intorno all'abbondanza e al valore di utilizzo e di condivisione anziché intorno alla scarsità e al valore di scambio è talmente lontana dal nostro modo di concepire la teoria e la prassi economica da risultare quasi inconcepibile. Ma proprio questo è lo stato di cose che sta iniziando a prendere piede in ampi settori dell'economia. Abbondanza è una parola ambigua ed è un concetto soggettivo, mentre la sostenibilità del pianeta non lo è.

Oggi siamo in grado di misurare attivamente con strumenti parametrici sofisticati l'impronta ecologica. Per sostenibilità si intende la condizione relativamente stabile in cui l'uso delle risorse necessarie al sostentamento del genere umano non supera la capacità della natura del riciclare gli scarti e ricostituire la propria dotazione. L’impronta ecologica misura in modo diretto dice Rifkin, la pressione esercitata l'attività dell'uomo sulla biosfera. Nell'ultimo mezzo secolo l'impronta ecologica dell’umanità è cresciuta a dismisura, ma ci sono ancora troppi poveri che hanno un regime alimentare povero e troppi ricchi che hanno un regime alimentare troppo ricco e che la durata della vita più lunga è di quelle popolazioni che seguono un regime dietetico intermedio. Dobbiamo risolvere la questione della grande disparità fra ricchi e poveri in termini di impronta ecologica e nel contempo ridurre la popolazione complessiva del pianeta, ma prima di questo dovremmo riflettere su ciò che rende le persone felici. (anche lui…)

Tutti gli studi scientifici sulla felicità giungono alla conclusione che essa cresce e decresce secondo una classica curva a campana. Il 40% abbondante dell’umanità che vive con 2 $ al giorno in uno stato di grave povertà sopravvivendo a fatica di settimane settimana è come si può immaginare, profondamente infelice. Tuttavia, a mano a mano che si emancipano dalla miseria i poveri cominciano a conoscere la felicità. Finché non accade qualcosa di sorprendente: quando le persone raggiungono un livello di reddito che soddisfa i bisogni primari e le relative istanze di sicurezza, il livello della felicità inizia a stabilizzarsi; ogni ulteriore aumento del benessere materiale e dei relativi consumi ha, in termini di felicità complessiva, ripercussioni marginali; finché non si arriva a un punto passato il quale la linea della felicità inizia ad abbassarsi e la persona diventa meno felice. Gli studi rivelano che l'accumulo di ricchezze finisce per diventare un peso e che il consumo incontrollato genera dipendenza, con benefici psicologici sempre più scarsi e meno duraturi. I beni posseduti, insomma, finiscono per impossessarsi del possessore.

Più semplicemente, possiamo affermare che i soldi non danno la felicità.

Rifkin fa un riferimento a una statistica in cui si evince che sebbene gli americani oggi guadagnino il doppio di quanto guadagnavano nel 1957, la quota di chi si dichiarava molto felice è calata dal 35 a 30% e quella degli Stati Uniti non è un'eccezione. La felicità personale aumenta secondo la ricerca di Layard fintanto che l'individuo non raggiunge un livello di reddito di circa 20.000 $ l'anno, la soglia minima dell'agiatezza; a quel punto ogni ulteriore aumento risulta in termini di felicità, improduttivo. Rifkin sottolinea che le ragioni per cui il lievitare della ricchezza materiale oltre la soglia dell'agiatezza produca malessere disperazione è nel fatto che nei rapporti con gli altri si frappone in misura crescente il filtro dello status e l'azione dell'invidia e della gelosia. Ciò che rende il materialismo così dannoso è il fatto che priva l'individuo del principale impulso che anima la nostra specie: la natura empatica. E se poi dobbiamo per forza fare riferimento alla filosofia di Hegel, si può sostenere che per molti, la proprietà è espressione della personalità dell’individuo e che quindi la nostra proprietà diventa indistinguibile dalla nostra personalità. “Sono, in quanto possiedo”.

Per fortuna, sostiene Rifkin, gli studi più recenti hanno scoperto che ci sono giovani che hanno meno interesse per le prospettive materialistiche di un tempo e una minore inclinazione verso uno stile di vita improntato a un ossessivo consumismo. I risultati di queste ricerche collimano con la drastica ascesa del consumo collaborativo e dell’economia della condivisione. In tutto il mondo la giovane generazione condivide biciclette, auto, case innumerevoli altre cose, privilegiando l'accesso al possesso, lo sharing. Un numero crescente di ragazzi di ragazze stanno abbandonando i prodotti di marca per orientarsi verso prodotti generici o in sostegno di qualche causa. Il declino della visione materialista si riflette anche nel crescente impegno per la sostenibilità e la tutela dell'ambiente.

 La felicità non si compra con il denaro: la povertà genera disperazione, ma l'incremento di ricchezza, una volta che si sia superata la soglia di una moderata agiatezza, genera anch'esso un sempre più profondo stato di disperazione. La deriva materialista, lontano da fare le persone più felici, la rende più alienate, paurose, diffidenti e sole. L'impulso fondamentale dell'uomo non è in realtà una brama di cose materiali, come gli economisti hanno voluto farci creder da tanto tempo, ma la ricerca della socialità. Ciò che ci rende felici, una volta soddisfatti i requisiti minimi di agiatezza materiale, sono l'affetto degli altri e il senso di comunanza: l'amore, l'inclusione, il riconoscimento della nostra umanità non sono affatto scarse, ma infinitamente abbondanti sostiene, Jeremy Rifkin.

Nel capitolo La cornucopia della sostenibilità Rifkin sostiene anche che il fattore chiave per la stabilità demografica del pianeta è l'accesso all'elettricità e sostiene che a emancipare le donne in Europa, nelle Americhe e in altri paesi durante il ventesimo secolo è stata proprio l’elettricità perché le ha liberate da molte faccende domestiche che le teneva incatenate al focolare. È grazie all'energia elettrica che le ragazze (soprattutto) hanno potuto trovare il tempo per dedicarsi allo studio e che molte donne sono riuscite a conquistarsi una certa indipendenza a guadagnare col proprio lavoro acquisendo maggiore sicurezza e che quindi l'indice di natalità ha subito un drastico calo. Egli sostiene che a mano a mano che il movimento per l'accesso universale all'energia elettrica si affermerà, con ogni probabilità nei paesi più poveri ci sarà un rallentamento dell'espansione demografica, come è accaduto in tutti gli altri paesi in cui l'avvento dell’energia elettrica ha strappato la popolazione alla miseria e che quindi intorno alla metà di questo secolo il decrescente tasso di fecondità dovrebbe attestarsi a livello mondiale sui 2,1 bambini per famiglia segnando l'inizio di una lenta decrescita della popolazione umana che è auspicabile, se vogliamo riuscire tutti a beneficiare della vita sulla Terra. Sempre se riusciremo a ridurre l’impronta ecologica.

Ridurre l'impronta ecologica del mondo ricco, fare uscire dalla miseria il 40% di esseri umani più povero, stabilizzare e poi ridurre il numero degli abitanti del pianeta in modo che la nostra specie possa vivere nell’interesse della Terra sono obiettivi ambiziosi, ma non impossibili: su di essi incombono però due incognite che potrebbero vanificare tutti i nostri sforzi per integrare le risorse del pianeta e sostituire la scarsità con l'abbondanza.

Il mutamento climatico causato dall' industrializzazione sta compromettendo i nostri ecosistemi minacciando la sopravvivenza della nostra specie delle altre. Come se non bastasse, le stesse tecnologie informatiche che grazie a internet stanno collegando l'umanità in un’economia dell’abbondanza basata sulla condivisione sono sempre più sfruttate da terrorismi informatici per seminare il caos con un impatto potenzialmente catastrofico che potrebbe sfociare nel crollo della civiltà moderna e causare centinaia di milioni di vittime.

Torniamo all'argomento clima: abbiamo un pianeta sempre più caldo e non sto qui a spiegare il perché, perché ne abbiamo già parlato attraverso i saggi. L'abbiamo già scritto svariate volte. Abbiamo anche un pianeta dove avvengono sempre più spesso catastrofi legate a tempeste, a temporali di estrema violenza, a eventi idrologici ad alta intensità, e momenti di siccità estrema dovuti ai cambiamenti climatici. Se la nostra specie vuole sotto continuare a sopravvivere e prosperare deve trovare in fretta un nuovo modo di abitare il pianeta.

Queste parole sono simili a tutte quelle che abbiamo trovato nei testi precedenti che sono stati esaminati, avranno quindi ragione loro o le multinazionali e gli oligarchi?

Rifkin sostiene anche che il Commons collaborativo assumerà un ruolo sempre più dominante, confinando l'economia capitalistica a un ruolo più gregario. Del resto, la Terza Rivoluzione Industriale sta avanzando con passo spedito verso la quarta. Nel capitolo Uno stile di vita biosferico, Rifkin ripercorre velocemente la storia dell'umanità da un punto di vista economico.

Nelle società primitive dei cacciatori-raccoglitori la fonte di energia era costituita dal corpo umano: non si conosceva ancora l'uso degli animali domestici, né si sfruttava la forza del vento o quella dell'acqua. Per coordinare la caccia e organizzare la vita sociale, ogni società di cacciatori-raccoglitori elaborava qualche forma di comunicazione orale e questo tipo di società era dotata di una ”coscienza mitologica”. In questa società l'impulso all'empatia si fermava ai vincoli di sangue e a legami tribali.

L’avvento delle grandi civiltà idrauliche, in Medio Oriente intorno al 3500 a.C., in Cina, e anche nell'Asia meridionale, portò con sé una nuova matrice comunicazione-energia-trasporti. Per costruire e mantenere in efficienza un sistema agricolo centralizzato, basato sulla comunicazione mediante canali, occorreva un notevole apporto sia in termini di manodopera che in termini di competenze tecniche. Con il nuovo regime energetico sorsero le città, i granai, le reti stradali, la moneta, i mercati e il commercio di lunga distanza. Sorse anche il potere di gestire la produzione, lo stoccaggio la distribuzione delle granaglie. Nacque nella mezzaluna fertile la prima contabilità di magazzino e la scrittura.

La combinazione di scrittura e produzione agricola con tecniche idrauliche, fece passare la psiche umana dalla coscienza mitologica a quella “teologica”. Nel periodo denominato era assiale, dall’800 a.C. al 100 d.C. sorsero le grandi religioni come l'ebraismo e il cristianesimo, il buddismo e il confucianesimo. Al passaggio dalla coscienza mitologica a quella teologica, si accompagnò un cospicuo ampliamento dell’impulso all'empatia che dalla sfera dei legami di sangue si allargò a quella di nuove famiglie fondate sulle identità religiosa.

Nel XIX secolo l'unione fra la stampa meccanica a vapore, la produzione industriale alimentata a carbone, il sistema di trasporto su ferrovia generò la “coscienza ideologica”. Ogni paese si dotò di una propria narrazione storica in gran parte immaginaria, corredandola con la rievocazione di grandi gesta, epiche battaglie, commemorazioni collettive e celebrazioni nazionali.

Nel XX secolo la combinazione tra elettrificazione centralizzata, uso del petrolio e diffusione degli autoveicoli, segnò con l'avvento di una società caratterizzata dal consumo di massa, un altro sviluppo cognitivo, quello dalla coscienza ideologica alla “coscienza psicologica”.

Siamo ormai talmente abituati - dice Rifkin - a pensare in modo introspettivo e terapeutico e a vivere nello stesso tempo sia in un mondo interiore, sia nel mondo esterno, da dimenticare che i nostri avi e tutte le generazioni che li hanno preceduti erano incapaci di pensare in termini psicologici, salvo eccezioni. Con la coscienza psicologica, l'impulso empatico si è dilatato oltre i confini politici ed è arrivato a includere i legami associativi.”

L’essere umano ha dentro di sé la coscienza mitologica, quella teologica, quella ideologica e quella psicologica che coesistono organicamente nella psiche di ogni individuo sia pure in varia proporzione e in vario grado in ogni cultura. Nel mondo è rimasta ancora qualche minuscola comunità di cacciatori-raccoglitori con la loro coscienza mitologica. Altre società sono rimaste legate soprattutto alla coscienza teologica, altre sono approdate alla coscienza ideologica e poi a quella psicologica.

Questi mutamenti di coscienza non si sono realizzati in modo meccanico e lineare e ci sono stati periodi oscuri e fasi intermedie di regressioni, ma nonostante questo, nella vicenda evolutiva dell'uomo c'è uno schema ben riconoscibile che si concretizza nell’irregolare, ma inequivocabile trasformazione della coscienza umana e nella relativa espansione dell’impulso empatico in direzione di famiglie ideali più ampie, organizzate attorno a matrici comunicazione-energia-trasporti e paradigmi economici sempre più complessi e interdipendenti.” Scrive Jeremy Rifkin.

La storia è vista spesso attraverso le guerre, ma come osservava Hegel, il periodo di felicità sono le pagine bianche della storia perché corrispondono ai periodi di accordo.

Il lato non scritto della storia è quello che copre il periodo di crescita e di armonia suscitati dall’incessante spinta dell'uomo a trascendere se stesso, a trovare la propria identità in organismi sociali sempre più evoluti. Questi diventano strumento con cui generiamo capitale sociale, esploriamo il senso della vicenda umana e individuiamo il nostro posto nel grande disegno delle cose.

L’empatia è civiltà, la civiltà è empatica. I due elementi sono inscindibili.”

La storia dell'uomo ci mostra che alla felicità non ci si approssima con il materialismo, ma con il coinvolgimento empatico perché per esempio, se alla fine della vita volgiamo lo sguardo indietro e consideriamo la nostra vicenda personale scopriamo che raramente le esperienze più vivide nella memoria sono legate al guadagno materiale, alla fama o al patrimonio bensì ricordiamo gli incontri empatici.

Quando si entra in empatia si sente la fragilità e la transitorietà dell'esistenza altrui. Empatizzare significa fare il tifo per l'altro, augurarsi che abbia fortune, arrivi a dispiegare appieno il potenziale del suo breve passaggio. Qualcuno può dubitare anche solo per un istante, che i momenti più felici siano sempre immancabilmente quelle di maggior empatia?”

Questi ragionamenti conducono l'autore alla questione di come promuovere la felicità individuale e collettiva nella nostra specie. Se siamo passati alle varie coscienze espandendo il nostro impulso empatico, in questo nostro cammino si potrebbe compiere un ulteriore passo: il passaggio alla coscienza biosferica e una nuova estensione dell’empatia tale da includere l'intero genere umano nella nostra famiglia. Una nuova struttura intelligente composta da un internet della comunicazione, un internet dell’energia e un internet trasporti in interazione fra loro. Collegare ogni cosa, ogni essere all'internet delle cose sarà un evento che trasformerà la storia dell'uomo permettendo per la prima volta la nostra specie di empatizzare, socializzare come un’unica famiglia secondo anche la visione quantistica. L’unica cosa da eccepire sarebbe che i Big Data saranno in mano a pochi… e gli esseri umani saranno schiavi del datismo, come dirà Harari.

A questa trasformazione si accompagna un mutamento della psiche umana: il passaggio alla coscienza più sferica e l'ingresso nell'era collaborativa. La sensibilità collaborativa e il riconoscimento che le nostre vite individuali sono intimamente interconnesse che il nostro benessere personale dipende in ultima analisi dal benessere della più ampia comunità nella quale viviamo.

Questo spirito di collaborazione sta cominciando a estendersi alla biosfera. In tutto il mondo i ragazzi stanno imparando a conoscere la loro impronta ecologica e stanno imparando a capire che la biosfera, la nostra comunità planetaria, il cui stato di salute e il cui benessere determina anche il nostro.

I giovani d'oggi collegati fra loro nello spazio virtuale e in quello fisico, si stanno velocemente sbarazzando dei residui vincoli ideologici culturali e commerciali che da tempo immemorabile separano il ”mio” dal “tuo” nel quadro di un sistema capitalistico caratterizzato da rapporti di proprietà privata, scambi di mercato, confini nazionali. La parola “open source” (programma modificabile e disponibile liberamente) è diventata il mantra di una generazione che vede i rapporti di potere in modo completamente diverso rispetto ai propri genitori e i propri nonni. In un mondo dominato dalla geopolitica, il dibattito si struttura nella contrapposizione fra destra e sinistra e ruota attorno alla questione di chi debba sedere a controllare i mezzi di produzione con alcuni che sostengono il capitalismo e gli altri il socialismo. Ma i ragazzi del nuovo millennio parlano raramente in termini destra e sinistra, ma sono proiettati oltre il mercato capitalistico anche se continuano a servirsene. Svolgono gran parte della loro vita economica in un Commons collaborativo di rete.

Il loro fresco spirito d'apertura sta abbattendo le barriere che hanno a lungo diviso le persone in base al sesso, alla classe, alla razza, all'etnia, e all'orientamento sessuale. Milioni di individui specialmente giovani, stanno dilatando il proprio impulso empatico anche verso altre creature come pinguini e gli orsi polari…  altre specie in pericolo degli ultimi ecosistemi selvaggi incontaminati rimasti. I giovani hanno appena cominciato a cogliere l'opportunità di dare vita a una civiltà empatica profondamente inserite nella comunità della biosfera.

 I segni, in questo momento, sono più di speranza che di previsione. Ma Jeremy Rrifkin sente nell'aria un inconfondibile sensazione di possibilità.

Nel 2002 Rifkin esce con il libro “Economia all’idrogeno”. È un bel testo che consiglio di leggere, ma è datato, nel senso che ancora oggi la tecnologia per produrre energia con l’idrogeno è molto costosa e produce molti CO2 da immagazzinare. Una parte molto interessante del testo è quando parla della ipotesi Gaia secondo la quale la terra funziona come un organismo vivente autoregolato. Secondo la teoria di diversi scienziati degli anni 70, la flora e la fauna di una data regione ricomposti geochimici dell'atmosfera interagiscono in una relazione simbiotica per mantenere il clima terrestre in uno stato relativamente stabile, favorevole alla vita. James Lovelock[10] indica la regolazione dell’ossigeno e del metano come un perfetto esempio del modo in cui il processo cibernetico fra la vita e il ciclo biochimico permette di mantenere sulla terra un regime climatico omeostatico. Ci ricorda che il livello dell'ossigeno nell'atmosfera terrestre deve essere compreso entro uno strettissimo range di oscillazione: un aumento dell’1% del livello dell'ossigeno aumenterebbe la probabilità degli incendi, un aumento del 4%, probabilmente ridurrebbe l'intero pianeta un gigantesco rogo. La produzione di ossigeno è garantita dalla fotosintesi: i cloroplasti contenuti all'interno delle cellule vegetali convertono energia solare in energia chimica, per il nutrimento della pianta e nel farlo convertono in ossigeno il biossido di carbonio e l'acqua. Gli animali, dal canto loro, per tenersi in vita assumono l'ossigeno attraverso la respirazione ed emettono nell'atmosfera biossido di carbonio gran parte del quale rientra in circolo attraverso la catena vegetale procedendo così all'infinito. Alla fine degli anni 70 gli scienziati scoprirono che il metano era un sottoprodotto biologico derivante dalla fermentazione batterica. I microrganismi che vivono nell’apparato digestivo dei ruminanti e delle termiti, e nelle torbiere, producono almeno un miliardo di tonnellate annue di metano. Il metano migra nell’atmosfera dove agisce da regolatore, aggiungendo e sottraendo ossigeno all'aria… senza continuare questa spiegazione scientifica, Rifkin sintetizza che gran parte di ciò che costituisce la biosfera proviene da creature viventi o è da esse modificato… il pianeta è dunque molto più simile a una creatura vivente e ha un’entità organica auto regolata che si mantiene in uno stato stabile necessario alla continuazione della vita. Secondo l'ipotesi Gaia l'adattamento e l'evoluzione delle singole creature sono parte di un processo più grande di adattamento ed evoluzione del pianeta spesso. Da allora molti scienziati hanno aderito all'ipotesi Gaia correggendo e ampliando e precisando il lavoro di Lovelock e di una biologa americana, Lynn Margolis. Se in effetti, la Terra funziona come un organismo vivente, l'attività dell'uomo che interviene sulla biochimica di questo organismo può portare a gravi conseguenze tanto per la vita umana quanto per la biosfera nel suo complesso. Il massiccio ricorso ai combustibili fossili è il principale esempio su scala globale di un'attività umana che provoca il rischio di un radicale cambiamento del clima terrestre mettendo a repentaglio la biosfera che supporta tutte le creature viventi. La rete energetica dell’idrogeno secondo Rifkin, ci mette a disposizione un nuovo regime non inquinante che decentralizza e democratizza l'energia. Benché l'idrogeno si trovi ovunque e non sia una risorsa scarsa, solo la creatività dell'uomo può estrarlo dal suo ambiente e sfruttarlo al fine di generare energia. è possibile immaginare un futuro, sostiene Rifkin, il cui costo di produzione di quantità illimitate di idrogeno sarà virtualmente nullo.

Buone notizie! Riprendendo quello che sostiene Rifkin, citato dal sito del MISE (Ministero delle sviluppo economico) aggiornato al ministro Giorgetti Governo Draghi si legge: Rilevanti considerazioni sul crescente ruolo dell’idrogeno sono emerse anche a giugno 2019 in occasione del G20 dalla International Energy Agency, in uno specifico rapporto - “The Future fo Hydrogen”- che individua l’idrogeno come il vettore energetico necessario per immagazzinare la produzione da fonti rinnovabili. Perchè́ favorire l'idrogeno verde? In primis è un'energia pulita e producibile in qualsiasi luogo del mondo se prodotto da fonti rinnovabili che hanno ormai assunto un ruolo essenziale e strategico nei sistemi energetici mondiali. Attraverso le fonti rinnovabili, a seguito del processo di elettrolisi, è possibile produrre idrogeno verde la cui successiva trasformazione produce energia e vapore acqueo, senza generare effetti inquinanti. L’idrogeno verde può inoltre, essere stoccato e utilizzato in diversi settori, quali quello dei trasporti, della produzione di calore per uso industriale, fino all’immissione nelle reti di trasporto e distribuzione del gas. Visto il crescente interesse a livello internazionale verso l’idrogeno, quale possibile alleato per la decarbonizzazione, il Ministero dello Sviluppo Economico, attraverso la ex-DGSAIE ha convocato il Tavolo Idrogeno con l’obiettivo di superare gli ostacoli che si frappongono alla sua diffusione. All’iniziativa, avviata a partire da giugno 2019, hanno aderito oltre 35 società ed enti di ricerca attivi in Italia nella filiera dell’idrogeno. All’interno del Tavolo Idrogeno sono stati quindi costituiti 3 Gruppi di Lavoro (1-Aspetti normativi e regolamentari, 2-Produzione, stoccaggio e Power to Gas, 3-Trasporti), così da favorire l’avvio di un percorso che permetterà la definizione di priorità indirizzi e valutazioni di competitività nel settore delle tecnologie dell’idrogeno, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di progetti nella filiera in ambito nazionale. Il confronto con i partecipanti ha restituito un profilo aggiornato della situazione relativa allo sviluppo delle tecnologie nei segmenti della filiera industriale italiana relativi a: produzione di idrogeno, stoccaggio, mobilità e power-to-gas (conversione dell’elettricità prodotta dalle fonti rinnovabili in gas idrogeno).

Lo sviluppo di sistemi energetici ed economici sempre più decarbonizzati e basati sull’idrogeno verde dipenderà da diversi fattori strategici, tra i quali l’adeguamento del framework normativo, la progressiva riduzione dei costi di produzione delle energie rinnovabili, la realizzazione di investimenti pubblici e privati nel settore infrastutturale (es. stazioni di ricarica), oltre che dalle attività di cooperazione internazionale volte a favorire la ricerca e l’innovazione del settore dell’idrogeno pulito.

L’impegno del Ministero è sia favorire e accompagnare la diffusione dell’idrogeno verde a livello nazionale, che contribuire alle principali iniziative internazionali in essere, quali “The Hydrogen Initiative” promossa dalla Commissione Europea, il Tokyo Statement del 2018 e la “Renewable and Clean Hydrogen Innovation” di Mission Innovation, al fine di accelerare lo sviluppo di un mercato globale dell’idrogeno quale “nuovo alleato” per la decarbonizzazione.

Ultimamente ho letto anche “La nostra casa è in fiamme” della giovane attivista svedese Greta Thumberg perché avevamo comprato il testo come BDS con l’intento di destinarlo ai/alle giovani per il prestito e la consultazione. A distanza di circa sessant’anni dal saggio di Carson il quadro è peggiorato perché ora si parla anche del surriscaldamento del pianeta e che le nazioni ricche devono assolutamente ridurre le emissioni. “E quasi nessuno parla del fatto che siamo nel bel mezzo della sesta estinzione di massa e ogni singolo giorno si estinguono fino a 200 specie viventi e che il tasso di estinzione naturale è oggi tra 1000 e 10.000 volte più alto di quello che viene considerato normale” sostiene Greta.

Durante il famoso discorso che Greta Thumberg fece il 25 gennaio 2019 a Davos disse al mondo: “La nostra casa è in fiamme secondo l’IPCC mancano meno di 12 anni al momento in cui non avremo più la possibilità di rimediare ai nostri sbagli. In questo intervallo di tempo dovranno avvenire cambiamenti senza precedenti in tutti gli aspetti della società compresa una riduzione di almeno 50% delle emissioni di CO2… O scegliamo di voler esistere ancora come civiltà oppure no… non importa quanto sconveniente e poco redditizio possa risultare... più pesante è il vostro dovere morale… gli adulti continuano a dire dobbiamo dare speranza ai giovani... Non voglio che siate ottimisti. Voglio che siate in preda al panico. Voglio che proviate la paura che io provo ogni giorno. E poi voglio che agiate. Voglio che agiate come fare essere un'emergenza. Voglio che agiate come se la vostra casa fosse in fiamme. Perché lo è.”

Nel capitolo Ipocriti leggo: “Almeno Donald Trump è sincero. investe sul lavoro e sul denaro e se ne frega dell’Accordo di Parigi, così tutti pensano che sia un estremista. Però noi facciamo esattamente lo stesso.” dice Greta. Pare che la Svezia sia infatti all’ottavo posto al mondo per le emissioni…

Nel capitolo Anno Domini 2017 viene ribadito quello che Rachel Carson aveva predetto sessant’anni prima: oltre 20.000 ricercatori e scienziati hanno pubblicato un forte appello all'umanità spiegando che ci stiamo avviando verso una catastrofe climatica e della sostenibilità. Nel 2017 i ricercatori tedeschi hanno constatato che il 75/80% degli insetti è scomparso. Poco tempo dopo un rapporto ha rilevato che la popolazione di uccelli in Francia è crollata e che alcune specie sono diminuite del 70%, perché gli uccelli non hanno più insetti da mangiare. Greta si batte contro l’uso degli aerei per le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Ultimamente ho visto un programma su Rai 5 (uno dei pochi canali da seguire) sul maggiore utilizzo del treno al posto dell’aereo nei paesi nordici. Qualcuno sta cominciando a capire… Ogni volta che scegliamo di salire su un aereo, mangiare carne o comprare vestiti nuovi, questo comporta una riduzione del budget di anidride carbonica necessario per aumentare il benessere delle zone meno fortunate del mondo. Sono questioni tremendamente difficili con cui fare i conti, ma non possiamo più permetterci il lusso di distogliere lo sguardo e fingere che questo bivio esistenziale non ci sia. Restare a terra e non prendere l’aereo, genera una reazione a catena, ed è la cosa migliore da fare, si sostiene nel libro. Non è necessario volare per moltissime persone, non è necessario mangiare carne e non è necessario fare shopping inutile. La società della crescita, dell’aumento del Pil, non accetta che la strada da percorrere richieda a volte qualche passo indietro, per questa conta solo andare avanti.

Secondo un recente studio the InfluenceMap, un'organizzazione che si occupa di analizzare l'impatto delle aziende sul clima, 44 delle 50 lobby più influenti del mondo si oppongono attivamente a una politica climatica efficace… ma no! E come mai? Dico io.

In fondo, il compito principale di una società per azioni è realizzare profitti, non salvare il mondo e per rendersi più simpatica utilizza il cosiddetto Greenwashing, vale a dire sostenere che è bio, che è verde e che investirà (non si sa quanto e quando) in energie pulite… a un certo punto del libro leggo una frase di Greta: “Un solo viaggio in aereo può cancellare vent’anni di raccolta differenziata…” Possibile mi domando. Ma se è vero, allora non dobbiamo volare più, almeno per scopi turistici. Le stesse aziende che dicono che tutto si risolverà, basterà continuare a comprare i loro prodotti green.

Più leggo questo libro, che non è neanche bello, più mi rendo conto che Greta e la sua famiglia hanno ragione: Quello che serve è una rivoluzione e deve iniziare adesso, anzi prima di adesso. Il problema è che siamo nel mezzo di una crisi che non è mai stata considerata tale, soprattutto dai media, perché si sa che l’economia viene prima dell’ecologia, purtroppo.

La soluzione sarebbe semplice: tassazione altissima sui combustibili fossili, piantare alberi a più non posso e mantenere le foreste esistenti, non mangiare carne, evitare lo shopping inutile e non prendere aerei. Non produrre plastica e non utilizzarla (questo che lo dico a fare?).

Arriverà un momento in cui saremo tutti morti e dimenticati - leggo - e l’unica cosa che resterà di noi saranno quei gas serra che più o meno consapevolmente abbiamo immesso nell’atmosfera. Andando al lavoro, al supermercato, a fare shopping.”

Nessuno può fare la rivoluzione da solo, ma è sufficiente una sola voce, che sia sufficientemente forte, a innescare una reazione a catena. Trovo una citazione di Rachel Carson, …chi si risente… “Ma l’uomo è una parte della natura, e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso”.

Il 10% delle persone più ricche del pianeta è responsabile di metà delle emissioni di gas serra che stanno distruggendo l’atmosfera e di conseguenza causano il surriscaldamento del pianeta. Con il tasso attuale di emissioni l’atmosfera equilibrata adatta alla vita sulla Terra finirà. É uno dei fallimenti più grandi dell’Homo Sapiens, leggo. Ci troviamo nel bel mezzo di una crisi che oltre a non essere affrontata come tale, è anche disconosciuta da molti di noi, soprattutto dal sistema politico-economico attuale.  “Meglio parlare di ordine. O di sicurezza. Di criminalità, rifugiati, lavoro e soldi. Sempre soldi.” Il nucleo del problema, per riassumere, è il desiderio della grande maggioranza di continuare esattamente come ha sempre fatto. Il fatto che questa inerzia coincida con la conservazione dell’attuale equilibrio di potere e vada a vantaggio dei privilegiati fa molto comodo proprio a chi fa parte di quell’esiguo ed esclusivo gruppo di individui.

Economia o ecologia? Dobbiamo scegliere.

Greta Thumberg affetta dalla Sindrome di Aspergen e da disturbi alimentari quando aveva solo quindici anni, ha scioperato per tre settimane davanti al Parlamento Svedese a favore del clima e ha fatto in modo che la questione climatica ottenesse attenzione. Ha poi scioperato da scuola ogni venerdì con un sit-in davanti al Parlamento svedese affinché la Svezia fosse in linea con l’accordo di Parigi.  Il libro si chiude così: “La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori (patriarcali, aggiungo) che hanno creato la crisi in cui ci troviamo. La madre Terra è pronta dietro le quinte. Il sipario si alzerà da un momento all’altro.”

A distanza di ben 37 anni dal saggio di Vandana Shiva, l’attivista, giornalista, ebrea canadese Naomi Klein scrive nel 2019 “Il mondo in Fiamme”- Contro il capitalismo per salvare il clima.” Nell’introduzione, oltre a documentarci su quanti giovani si stiano muovendo per il clima, Klein cita il “superpotere” di Greta, dai cui discorsi ha parafrasato anche il titolo del suo saggio.

Klein indaga e denuncia alcune specifiche modalità con cui alcune nazioni sono state all'avanguardia nella creazione della catena logistica globale che ha fatto nascere il capitalismo moderno, il sistema economico del consumo illimitato e della depauperazione in piena crisi climatica.  

Una storia che comincia con la tratta della gente di colore dall'Africa e con le terre sottratte alle popolazioni indigene, il land grabbing: due forme di esproprio brutale così lucrose da generare i capitali e il potere in eccesso necessari per lanciare l'era della rivoluzione industriale basata sui combustibili fossili e con essa l'inizio del cambiamento climatico antropogenico. Un processo che necessitava fin dai primi passi quelle teorie scientifiche e anche teologiche che dichiarassero la supremazia bianca e cristiana… quella che fu chiamato il “capitalismo razziale”.

Accanto a queste teorie che giustificavano il trattamento degli esseri umani come se fossero materia prima, c'erano anche quelle teorie che giustificavano lo stesso identico trattamento della natura, foreste, fiumi, terre e animali acquatici. Millenni di sapere umano accumulato su come possiamo a proteggere e rigenerare la natura (vedi Shiva) sono stati cancellati a vantaggio di una nuova idea: che non ci fossero limiti alla capacità dell'uomo di controllare la natura né a quanta ricchezza si poteva estrarre da essa associati a mere conseguenze.

L’immensa ricchezza naturale delle terre che sarebbero divenuti gli Stati Uniti, il Canada e l'Australia induceva immaginarle sin dal primo contatto come una sorta di controfigura delle potenze coloniali, che stavano esaurendo la natura da spremere a casa propria, con la scoperta di questi nuovi mondi apparentemente inesauribili a cui Dio aveva regalato una dilazione: nuova Inghilterra, nuova Amsterdam, nuova Francia... come prova che non sarebbero mai rimaste a corto di altra natura da sfruttare.

Il Libro di Klein è anche composto da lunghi reportage e riflessioni in cui si indagano gli ostacoli, alcuni economici, altri ideologici, altri concernenti la storia secolare del diritto accampato da certe persone di dominare la terra e la gente che ci vive sopra. In parole povere, i miti che puntellano la storia dell’Occidente.  Per fortuna, si sta facendo largo, sostiene la giornalista, una visione coraggiosa del mondo che potrebbe ribaltare certe idee legate solo a interessi economici e ideologici che prende il nome di Green New Deal.

L’IPCC (International Panel on Climate Change)  che fu creato dalle Nazioni Unite per fornire ai legislatori le informazioni più affidabili affinché prendessero decisioni assennate dopo che già i governi avevano riconosciuto unanimi la minaccia del riscaldamento globale già nel 1988, ha stabilito con un rapporto che attinge a oltre 6000 fonti e redatto da quasi 100 autori e revisori, che siamo destinati a un aumento del livello dei mari che inghiottirà le città costiere, alla morte delle barriere coralline e a siccità che cancelleranno le coltivazioni in parti immense del globo entro 12 anni. Eravamo nel 2019. Ora ce ne restano dieci.

Questo rapporto dell’IPCC si è dimostrato un motivatore potente tanto che arrivano le richieste da più parti degli Stati Uniti e dal mondo intero affinché i governi reagiscano alla crisi climatica con un ambizioso Green New Deal, un nuovo patto verde. Come dice Naomi Klein è un'idea molto semplice perché l'umanità ha la possibilità che capita una sola volta al secolo: quella di sanare un sistema economico che sta voltando le spalle su più fronti alla maggioranza degli abitanti del nostro pianeta perché i fattori che stanno distruggendo la Terra stanno anche distruggendo la qualità della vita della gente in tante altre maniere, dalla stagnazione degli stipendi, all'aumento delle disuguaglianze, ai servizi in disarmo, fino alla distruzione di qualsiasi coesione sociale e affrontare questi fattori sottostanti ci dà l'occasione di risolvere in un solo colpo parecchie crisi intrecciate.

Possiamo creare centinaia di milioni di ottimi posti di lavoro in tutto il mondo, investire nelle comunità nelle nazioni più sistematicamente emarginate, garantire sanità e assistenza all'infanzia pubbliche e tanto altro. L’esito di queste trasformazioni sarebbero sistemi economici pensati per proteggere e rigenerare i meccanismi di sopravvivenza del pianeta e rispettare e sostentare la gente che da essi dipende.

 I vari piani che sono stati proposti per avviare questa trasformazione in stile Green New Deal immaginano un futuro in cui è stato scelto il difficile compito della transizione (adesso in italia abbiamo il ministero per la transizione ecologica), compreso il sacrificio del consumo esagerato. In cambio, però, migliorerà la qualità della vita per i lavoratori in tantissimi modi, garantendo più tempo per lo svago e per le arti, trasporti alloggi davvero accessibili anche in senso economico, l'eliminazione degli enormi gap di ricchezza fra razze e generi, e una vita di città che non sia una battaglia incessante contro traffico rumore e inquinamento.

Ancora prima del rapporto dell’IPCC sul grado e mezzo in più di temperatura media del globo terrestre, il movimento climatico si è concentrato prevalentemente sul periglioso futuro che ci si prospetta nel caso i politici non agiscano. Questo approccio “dalla base” alla crisi climatica non è nuovo di per sé e questo genere di giustizia climatica è stato tentato a livello locale per tanti anni a partire dall’America Latina e dai movimenti statunitensi per la giustizia ambientale.

Il concetto del Green New Deal è entrato nelle piattaforme di alcuni piccoli partiti verdi di tutto il mondo e già nel 2014 Naomi Klein stessa nel suo libro “Una rivoluzione ci salverà” esaminava in maniera approfondita questo tipo di impostazione olistica e anche un altro suo interessantissimo saggio No Logo, uscito circa 20 anni fa, e che la sottoscritta ha fatto conoscere ai propri studenti, metteva in guardia i costi umani ed ecologici della globalizzazione delle multinazionali che producevano in Indonesia e nel Delta del Niger. Era già chiaro che i vantaggi di quello che veniva spacciato per benessere e miglioramento della vita di quasi tutti gli abitanti del pianeta, sarebbe stato invece un massimo sfruttamento dei singoli operai nei reparti e la decimazione di fiumi e montagne trasformando terre fertili in distese salate.

A noi umani servono tutte le misure possibili per abbassare le emissioni, e ci servono adesso. Significa che non riusciremo a farlo se non siamo disposti ad accettare un mutamento economico e sociale sistemico. Gli esperti della riduzione delle emissioni sono impegnati interminabili dibattiti e molti sono anche a favore del New Deal di Roosevelt che ha dimostrato che possiamo mutare radicalmente sia l'infrastruttura della società, sia la sua governance nell'arco di un solo decennio. Infatti, nel decennio del New Deal, nonostante le sue debolezze e contraddizioni, oltre 10 milioni di persone furono assunte direttamente dal governo quasi tutte le campagne americane ebbero l'elettricità per la prima volta, furono costruite centinaia di migliaia di nuovi palazzi e strutture, furono piantati 2,3 miliardi di alberi, aperti 800 nuovi parchi statali e create centinaia di migliaia di opere d'arte pubbliche.

Klein fa anche riferimento alla più giovane deputata americana del Congresso, Alexandria Ocasio Cortes, e della sua risoluzione per il Green New Deal in cui si dilunga a spiegare come prevede di evitare il ripetersi di certi errori poiché non è solo un'occasione per correggere il primo New Deal, ma anche quella di trasformare l'economia.

Come ha sostenuto una climatologa della Columbia University e della Nasa, gli esseri umani non sono condannati, a meno che non scelgano di esserlo.

Quel che conta è iniziare subito il lavoro. Perché, come dice Greta Thumberg, non possiamo risolvere un’emergenza senza trattarla da emergenza.

In sintesi, abbiamo bisogno di qualcosa che non è mai stato provato e per farcela dovremmo ritrovare il senso del possibile e lo spirito ottimista… Un monito risalente agli anni 30 e 40 del secolo scorso e che sarebbe saggio ricordare, è che quando si crea un vuoto politico ideologico, come quello che c’è anche oggi, (si riferisce all’era trumpiana) non sono solo le idee umanitarie e piene di speranza del Green New Deal quelle che affiorano in superficie. Emergono anche quelle intrise di violenza e odio.

Come si sa la crisi climatica è stata creata in netta prevalenza dagli strati più ricchi della società: quasi il 50% delle emissioni globali è prodotto dal 10% più ricco della popolazione mondiale e il 20% più ricco è responsabile del 70%. però gli effetti di queste emissioni colpiscono prima e con maggior forza ai più poveri costringendo un numero crescente a spostarsi..., quando la terra è banalmente troppo arida per le coltivazioni, e quando i mari salgono troppo alla svelta per fermarli, allora la giustizia richiede che ammettiamo senza infingimenti che qualsiasi persona ha il diritto umano di spostarsi e chiedere protezione. Significa che dobbiamo dar loro asilo e status di rifugiato all'arrivo.

In breve, la devastazione climatica impone di addentrarsi nel terreno più odiato dalla mentalità conservatrice: la redistribuzione della ricchezza, la condivisione delle risorse e i risarcimenti.

Un crescente numero di persone negazioniste lo comprende fin troppo bene, motivo per cui elaborano svariate teorie per spiegare che non può avvenire e non deve avvenire quello che gente come Naomi Klein, le sue “sorelle” e i suoi “fratelli” nella lotta contro le ingiustizie e contro la crisi climatica sostengono.

Secondo la giornalista, i leader climatici del prossimo decennio dovranno avere il coraggio di ritirare letteralmente tutte le licenze sociali, politiche, e legali per bloccare subito l'espansione del settore dei combustibili fossili gestendo un calo della produzione nei prossimi decenni in modo equo e giusto nei confronti dei lavoratori e delle comunità che sono in prima linea. Potrebbe anche essere necessario acquisire alcune di queste compagnie per garantire che i profitti superstiti vadano nel ripristino delle terre, delle acque e nelle pensioni dei lavoratori invece che nelle tasche degli investitori. Questo modus operandi esige un distacco deciso dal fondamentalismo liberista che ha caratterizzato tanta parte degli ultimi 50 anni della storia economica. Per fortuna il messaggio che ci arriva dagli scioperi scolastici e che tantissimi giovani sono pronti per questa forma di cambiamento profondo.  “Sanno fin troppo bene che la sesta estinzione di massa non è l'unica crisi che hanno ereditato. Stanno anche crescendo fra le macerie del fondamentalismo liberista dove i sogni di un infinito aumento del livello di vita hanno ceduto il posto all' austerità rampante e all' insicurezza economica e che le tecno utopie che immaginavano un futuro inebriante fatto di connessione di comunità senza limiti si sono tramutate nella dipendenza dagli algoritmi dell'invidia, della sorveglianza aziendale illimitata, della misoginia e del suprematismo bianco online in grande ascesa”. Sostiene N. Klein.

Dobbiamo smettere di competere l'uno contro l'altro. Dobbiamo iniziare a collaborare a condividere le risorse rimanenti e di questo pianeta in modo equo”. Ha detto Greta Thumberg.  

Costruiamo un New Green Deal globale, e questa volta per tutti quanti.

Il saggio di Klein continua descrivendo i vari disastri che alcune multinazionali hanno provocato ultimamente come la Bp per la fuoriuscita di 4 milioni di barili di petrolio nel Golfo del Messico nel 2010 (!!!!) che non si prova nemmeno a ripristinare se non a parole… poiché è difficile tappare in tempi brevi un buco nel mare profondo… e le multe o le sanzioni non bastano…  quanto ci vorrà affinché il sistema torni integro?

Una corsa contro il tempo quando proprio il tempo è il fattore che ci manca.

L'unico lato positivo in questa immane tragedia ambientale e che da ora in poi si deve sottoscrivere il principio di precauzione che stabilisce che quando un'attività minaccia di danneggiare l'ambiente o la salute umana si proceda con cautela come se fosse sempre possibile il fallimento addirittura probabile. Molte multinazionali si comportano come se sapessero tutto, anche le conseguenze, invece, non lo sanno e fatto da non sottovalutare, non sarebbero capaci di risanare cosa distruggono...

Infatti, nel 2015, a 5 anni dal disastro della Bp, risultò che i ¾ delle femmine di tursiope (cetaceo della famiglia dei delfini) incinte non erano in grado di dare alla luce figli viventi negli anni successivi al disastro, che erano morti 5000 mammiferi molti dei quali delfini e che si persero tra i due e i 5 miliardi di giovani pesci insieme e 8 miliardi di ostriche con un danno per il settore della pesca di circa 247 milioni di dollari di introiti annuali … e non solo…

Fino al 1600, la Terra era considerata un essere vivente che di solito assumeva le sembianze di una madre e lo si ritrova in un testo del 1980 della storica dell'ambiente Carolyn Merchant dal titolo “La morte della natura”.  Per questo motivo vigevano potenti tabù contro le azioni che rischiavano deformare e dissacrare la madre, attività mineraria comprese.  Successivamente la natura appariva ancora in veste di donna, però facile da soggiogare e comandare. Sir Francis Bacon riassunse al meglio questo nuovo spirito quando scrisse nel suo “De dignitate et augmentis scientiarum“del 1623 che la natura “va costretta plasmata e rifatta come nuova  dall'arte e dalla mano dell'uomo.”

Klein denuncia anche che è proprio il capitalismo il peggiore nemico degli ecoattivisti, fino ad arrivare a sostenere che le misure per combattere il riscaldamento globale sono in realtà un attacco al capitalismo borghese americano e che il cambiamento climatico è un complotto per sottrarre la libertà gli americani!!! SIGH.

Klein sostiene il fatto che l'atmosfera terrestre non possa assorbire senza rischi la quantità di CO2 che ci stiamo pompando dentro, è un sintomo di una crisi assai più tosta nata dalla bugia cruciale su cui si basa il nostro modello economico cioè che la natura sia illimitata e che saremo sempre capaci di trovare un altro po' di quel che ci serve e che se qualcosa si esaurisce potrà essere rimpiazzato da un'altra risorsa che potremo estrarre all'infinito. In realtà, non abbiamo sfruttato solo l'atmosfera oltre le sue capacità di recupero, stiamo facendo altrettanto con gli oceani, con l'acqua corrente con il suolo e con la biodiversità.

L’abbondanza di ricerche che dimostrano che abbiamo spinto la natura oltre i suoi limiti non esige soltanto prodotti verdi e soluzioni di mercato, esige un nuovo paradigma di civiltà, basato non sul dominio della natura, ma sul rispetto dei cicli naturali di recupero ed estremamente sensibile ai limiti naturali, compresi quelli dell‘intelligenza umana. Il cambiamento climatico non è il problema, il cambiamento climatico è un MESSAGGIO e ci sta dicendo che tante idee idolatrate della cultura occidentali non sono più sostenibili e questo vale per la sinistra statalista quanto per la destra neoliberista.

Secondo Klein, il settore privato è poco adatto a agire in senso profondo sul miglioramento per clima perché esige grandi investimenti iniziali, ma si dovrebbe invece invertire il trend trentennale verso le privatizzazioni perché una risposta seria alla minaccia climatica impone di recuperare un’arte che è stata sbeffeggiata a destra e a manca in questi decenni di fondamentalismo mercatista: la pianificazione.   Servirà tanta, tantissima pianificazione industriale, anche per la destinazione dei terreni nonché forme di pianificazione verso i lavoratori il cui compito diverrà obsoleto in parallelo alla nostra limitazione dei combustibili fossili. Saranno necessari programmi di avviamento ai lavori verdi seri sia nel privato che nel pubblico, sia a livello nazionale che internazionale e così via…come un punto cruciale della pianificazione che dovremmo avviare prevede la rapida inversione della deregulation del settore imprenditoriale mettendo al bando i comportamenti distruttivi e chiaramente pericolosi e insieme dare degli incentivi tipo sussidi alle rinnovabili e alla tutela responsabile della terra.

Questo significherà anche intralciare le multinazionali su più fronti, ma sarà necessario, oltre a rilocalizzare la produzione. Ad esempio, l’aumento delle emissioni causate dalle merci prodotte nei paesi in via di sviluppo, ma consumati nei paesi industriali era sei volte i risparmi nelle emissioni di questi ultimi!!! In un’economia organizzata in modo da rispettare i limiti naturali, l'utilizzo dei trasporti di lunga gittata ad alto consumo energetico dovrebbe essere razionato e riservato ai casi in cui le merci non possono realmente essere prodotte in loco, o in cui la produzione a livello locale emette di più CO2.

Il cambiamento climatico, sostiene Klein, non esige la fine dei traffici, ma esige la fine della forma sfrenata di libero commercio. Gli ultimi tre decenni contraddistinti dal liberismo, deregulation e privatizzazioni non sono stati solo causati da alcune persone che volevano aumentare i profitti della propria azienda, ma sono stati anche la reazione alla stagflation degli anni 70 che ha aumentato la pressione a trovare nuove strade per una rapida crescita economica. La minaccia era reale all'interno del nostro attuale modello economico: un calo della produzione è per definizione una crisi, una recessione o una depressione. L'imperativo alla crescita è il motivo per cui gli economisti convenzionali affrontano immancabilmente il tema del cambiamento climatico chiedendo come sia possibile ridurre le emissioni senza compromettere una robusta crescita del PIL.

Oltre alle varie teorie della cosiddetta decrescita felice ci sono anche i paladini della crescita verde come Thomas Friedman (da non confondere con Milton) che confermano che lo sviluppo delle nuove tecnologie verdi e l'installazione di infrastrutture ecologiche possono garantire un enorme boom economico facendo decollare il PIL e generando la ricchezza necessaria per rendere, ad esempio, l'America più sana più ricca più innovativa più produttiva e più sicura.

Il risultato finale che è una crisi ecologica nata dal sovraconsumo delle risorse naturali andrebbe risolta non solo migliorando l'efficienza delle nostre economie, ma riducendo la quantità di cose che consuma il 20% più ricco degli abitanti del pianeta. Eppure, questa idea è anatema per le grandi aziende che dominano l'economia globale controllate da investitori spregiudicati che esigono sempre maggiori profitti anno dopo anno. Siamo quindi prigionieri dell'insopportabile dilemma del “molla il sistema oppure distruggi il pianeta”.

La via d'uscita è optare per una transizione gestita verso un altro paradigma economico usando tutti gli strumenti della pianificazione discussi poco fa: la crescita dei consumi sarebbe riservata alle parti del pianeta che stanno ancora uscendo dalla povertà e nel frattempo, nel mondo industrializzato, i settori non governati dalla pulsione ad accrescere i profitti annuali come  il settore pubblico e il no-profit aumenterebbero le loro quote di attività economica complessiva come pure i settori con un minimo impatto ecologico. Ci sarebbero enormi vantaggi per il benessere… come  le professioni per la cura della persona, l'insegnamento e l'attività del tempo libero e così via…. e potremmo formare così tanti posti di lavoro.

Ci si può domandare come si faccia a sostenere finanziariamente tutta la progettazione che viene auspicata, mentre N. Klein ci mette in guardia sulla menzogna liberista che sostiene che se la torta cresce, ce ne sarà per tutti, visto che invece le diseguaglianze stanno aumentando… La risposta è semplice: sarebbe giusto tassare gli inquinatori, le multinazionali, i ricchi, nonché gli speculatori finanziari.

Reagire al cambiamento climatico ci impone di infrangere tutte le regole del manuale liberista e anche di farlo con grande urgenza, sostiene Klein.

Dovremo ricostruire la sfera pubblica, invertire il trend delle privatizzazioni, ricollocare grandi parti dell'economia, ridurre l'iperconsumo, riesumare la pianificazione a lungo termine, regolare e tassare con forza le grandi imprese, forse alcune nazionalizzarle, tagliare la spesa militare e ammettere i nostri debiti con il Sud globale. Queste idee saranno da considerarsi utopiche fin tanto che non saranno accompagnate da un massiccio sforzo allargato teso a ridurre radicalmente l'influenza delle grandi imprese sulla vita politica.

Uno dei grandi problemi dei negazionisti è la “cognizione culturale” ossia il processo grazie a cui tutti noi indipendentemente dalle simpatie politiche filtriamo le nuove informazioni in maniera progettata per proteggere la nostra visione preferita della società “giusta”. Detto in maniera più semplice, è sempre più facile negare la realtà che veder cadere a pezzi la propria visione del mondo.

Quando le ideologie potenti sono contestate da prove concrete provenienti dal mondo reale è raro che muoiano del tutto… piuttosto divengono marginali tipo setta. A questo punto della storia i fondamentalisti del libero mercato dovrebbero essere relegati a uno status marginale, abbandonati a coccolare nelle oscurità le loro copie di “Liberi di scegliere” di Milton Friedman (questa volta è proprio Milton) o di altri economisti come lui, ma li salva da questo destino il fatto che le loro idee di governo rimangono così proficue per i miliardari del pianeta da mantenerli ben al sicuro.

I negazionisti non stanno solo proteggendo la loro visione culturale del mondo, stanno proteggendo potenti interessi costituiti che guadagnano cifre enormi dall’intorbidare le acque del dibattito sul clima. I legami fra i negazionisti e questi interessi sono ben noti e ben documentati, sostiene Klein. Porta l’esempio che “alcuni scienziati presenti alle conferenze sul clima della Heartland sono quasi tutti talmente imbottiti di dollari dei combustibili fossili che puoi letteralmente odorarne i vapori” Poiché, come ha affermato Patrick Michaels  del Cato Institute,  il 40% degli introiti della ditta di consulenze viene dalle compagnie petrolifere e una parte arriva dal carbone…un indagine di Greenpeace su un altro oratore fisso delle conferenze, l'astrofisico Willie Soon, ha scoperto che dal 2002 il 100% delle sue nuove sovvenzioni è arrivato da interessi costituiti legati ai combustibili fossili!!!

Una delle scoperte più interessanti degli studi sulla percezione del clima è il rapporto evidente del rifiuto di accettare la scienza del cambiamento climatico e i privilegi economici e sociali. I negazionisti sono in percentuale preponderante, non solo conservatori, ma anche bianchi e di sesso maschile e di reddito superiore alla media. E è più probabile che rispetto agli altri adulti siano molto più sicuri delle proprie opinioni per quanto siano state dimostrate errate…

Apriremo i nostri confini ammettendo che siamo stati noi a creare la crisi da cui stanno scappando i profughi climatici? Oppure costruiremo fortezze sempre più tecnologiche e adotteremo leggi sempre più draconiane contro l'immigrazione? Come tratterremo la scarsità delle risorse?

Conosciamo già la risposta. La ricerca di risorse scarse da parte delle grandi imprese diverrà più rapace, più violenta. Le terre arabili In Africa continueranno a essere accaparrate per fornire cibo e combustibile alle nazioni più ricche. Siccità e carestia continueranno a essere usate come pretesto per imporre i semi geneticamente modificati, indebitando sempre più i contadini e tanto altro… Le soluzioni climatiche liberiste come vengono chiamate, saranno una calamita per le speculazioni, per le truffe e per il capitalismo clientelare.

Mentre il pianeta si riscalda, l’ideologia al potere che ci dice “ognuno per sé” o “le vittime si meritano il loro destino” o “possiamo dominare la natura” ci porterà in un posto molto freddo, scrive Klein: verso un rinvigorimento della superiorità razziale celata sotto la superficie di certe parti del movimento negazionista.

All'interno del movimento climatico ci sono esponenti, come Tim DeChristopher, che sostengano di dover ribaltare l'economia da cima a fondo, non vogliono piccoli cambiamenti, desiderano il rovesciamento totale dell'economia e della società. Quando fu articolata questa visione, poteva sembrare un miraggio, mentre oggi sostiene N. Klein, suona profetico poiché si scopre che tantissime persone hanno un gran bisogno di questo tipo di trasformazione su tanti fronti dal pratico, allo spirituale.

I collegamenti vanno oltre la critica condivisa del potere delle grandi imprese. Ci devono essere alternative economiche quali si sono radicate nell’ultimo decennio come i progetti di energia rinnovabile gestiti dalla comunità, i mercati contadini, l’agricoltura comunitaria, le iniziative di rilocalizzazione economica che hanno fatto rivivere le strade dei negozi e nel settore cooperativo. Questi modelli non si limitano a creare posti di lavoro, né a far rivivere le comunità mentre riducono le emissioni, ma lo fanno in una maniera che disperde sistematicamente il potere. In parole povere, stanno cominciando a cambiare i valori culturali: i giovani organizzatori odierni si accingono a cambiare la politica, ma prima che questo possa succedere, è importante sfidare i valori che soggiacciono all'individualismo e alla vita rampante che hanno creato la crisi economica.

Tutto sommato, sostiene Naomi Klein, la cultura è fluida. Può cambiare. E’ successo tante volte nella nostra storia. Il nostro dovere è credere che una visione del mondo molto diversa può essere la nostra salvezza.

A proposito di una visione del mondo molto diversa c'è anche quella della geoingegneria.  Bill Gates qualche anno fa ha stanziato milioni di dollari nelle ricerche geoingegneristiche dell’azienda Intellectual Ventures per progetti su come pompare anidride solforosa nell’atmosfera per bloccare i raggi solari in cielo e su uno strumento che bloccherebbe in teoria la potenza degli uragani. La giornalista contrappone una critica di tali folli tali iniziative in quanto sostiene: “Non sarebbe meglio cambiare il nostro comportamento, ridurre il nostro utilizzo dei combustibili fossili prima di iniziare a giocherellare con i nostri sistemi basilari di sostegno alla vita del pianeta?” Le ramificazioni della geoingegneria sono molteplici e non abbiamo qui la competenza per stabilire cosa possa essere fattibile, visto che neanche gli ingegneri del settore ce l’hanno, se non per ipotesi.

Il surriscaldamento terrestre fa in modo che gli animali siano sfasati temporalmente rispetto a una fondamentale fonte di cibo, in particolare nella stagione delle nascite, quando non riuscire a trovare abbastanza cibo può determinare un rapido calo della popolazione. Diversamente dagli animali, sostiene la giornalista, noi umani siamo benedetti dalla capacità di ragionamento avanzato e quindi sappiamo adattarci più consciamente e cambiare i nostri schemi comportamentali con molta più velocità. Se le idee che regolano la nostra cultura ci impediscono di salvarci, allora è in nostro potere cambiare queste idee.

Il cambiamento climatico esige che consumiamo di meno, perché non siamo nati costretti ad acquistare tanto e nel recente passato l'essere umano è stato felice consumando parecchio di meno. Il problema è il ruolo esagerato che il consumo è arrivato a recitare nella nostra specifica epoca. Il tardo capitalismo ci addestra a creare noi stessi tramite le nostre scelte di consumo: lo shopping e il modo in cui formiamo la nostra identità, troviamo una comunità e ci esprimiamo.

Dire alla gente che non può acquistare quanto vuole perché i sistemi di supporto dal pianeta sono sovraccarichi, potrebbe essere vista come una sorta di aggressione. Probabilmente per questo che delle tre R originali, riduzione, riuso, riciclo, solo la terza è stata un fattore trainante dato che permette di continuare a fare compere fin quanto sbattiamo i rifiuti nel cassonetto giusto.

Un fatto determinante della nostra lentezza a prendere certe decisioni amiche del clima, è che i fattori inquinanti del clima sono invisibili e noi abbiamo smesso di credere a ciò che non possiamo vedere. Una gran parte della nostra economia si basa sull’assunto che ci sia sempre un “altrove” nel quale possiamo gettare i nostri rifiuti, ma “il nostro è un mondo in cui non c'è un altrove”.

L'aria è invisibile per antonomasia e il gas serra che la riscaldano sono i nostri fantasmi più inafferrabili e quindi, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.

Un altro fattore che rende il cambiamento climatico tanto arduo da afferrare per molti di noi, è che viviamo in una cultura dell’eterno presente, che si stacca volutamente tanto dal passato che ci ha creati quanto dal futuro che influenziamo con le nostre azioni.

Purtroppo, la risposta alla domanda “che cosa posso fare come individuo per fermare il cambiamento globale?” è: nulla. Non puoi fare nulla. L'idea che in quanto individui separati anche se numerosi possiamo giocare una parte significativa per migliorare il sistema climatico planetario o anche l'economia globale e oggettivamente è stupida, dice Naomi Klein. Possiamo affrontare questa sfida tremenda soltanto stando insieme, ma il paradosso sta nel fatto che quelli che hanno relativamente poco potere tendono a capirlo meglio di chi ha un potere di gran lunga maggiore. Lo sostiene non tanto per sminuire l'attivismo locale, perché il “local” è essenziale, ma per ribadire che non basta.

La giornalista rievoca poi una sua presenza a Roma nel 2015 in seguito alla enciclica di Papa Francesco sul cambiamento climatico dal titolo Laudato sì in cui viene presentata da padre Federico Lombardi come una femminista laica ebrea.

La parte dell’enciclica in cui Papa Francesco giunge alla conclusione che “la Bibbia non dà adito a un antropocentrismo dispotico che non si interessi alle altre creature” ha fatto sicuramente sbuffare i teologi ortodossi, dice Klein, poiché non c'è nulla di più centrato sull’uomo della persistente interpretazione giudeo-cristiana di un Dio creatore del mondo intero specificamente per assolvere qualsiasi necessità di Adamo.

Quanto all'idea che facciamo parte di una famiglia assieme agli altri esseri viventi e che la Terra è nostra madre che dà la vita è sin troppo familiare alle eco orecchie, ma detto dalla Chiesa!

Sostituire Dio padre con la terra materna significa svuotare il mondo naturale dei suoi poteri sacri che era appunto il vero obiettivo della soppressione del paganesimo, animismo e panteismo. Asserendo che la vita ha un valore in sé per sé, Francesco sta ribaltando secoli di interpretazione teologica e dedica un intero capitolo dell’enciclica alle necessità di una conversione ecologica tra i cristiani.

Naomi Klein termina l'articolo sostenendo che se una delle più vecchie e tradizionali istituzioni al mondo può mutare i propri insegnamenti e le proprie pratiche in maniera tanto radicale e rapida come sta tentando di fare Francesco, allora possono cambiare di sicuro anche tante istituzioni più recenti e più elastiche.

In un altro articolo del 2016 a Toronto parla del mito dell’inesauribilità: “abbiamo sentito usare un’infinità di volte gli aggettivi inesauribile e infinito per descrivere le foreste orientali di grandi conifere, i giganteschi cedri del nord ovest del Pacifico, ogni sorta di pesci … c'era tanta roba… c'era soprattutto la fantastica libertà di essere improvvidi.

Tomas Huxley, il biologo inglese noto come il mastino di Darwin, disse all'esposizione internazionale della pesca del 1883 che la pesca del merluzzo era inesauribile, nel senso che nulla di quanto avrebbero potuto fare avrebbe influenzato seriamente il numero di pesci e che qualsiasi tentativo di regolare questo tipo di pesca sembrava di conseguenza inutile. Visto che nel 1800  l'alca impenne  (un uccello della famiglia degli Alcidi incapace di volare, il cui ultimo esemplare venne ucciso dai pescatori nel 1844) era ormai del tutto estinta, visto che il numero dei castori iniziò a crollare nel Canada orientale poco dopo, visto che il teoricamente inesauribile merluzzo di Terranova fu dichiarato commercialmente estinto nel 1992, visto che le foreste erano praticamente sparite nell’Ontario del Sud insieme al 91% dei boschi più grossi e migliori nell'isola di Vancouver, questo mito della inesauribilità è sicuramente da sfatare.

Quando i governi parlano di verità e riconciliazione (si riferisce ai furti e al genocidio sugli aborigeni) e poi premono per far passare progetti infrastrutturali indesiderati, dobbiamo ricordare che non può esserci alcuna verità finché non ammettiamo il “perché” dietro secoli di abuso e furto della terra. E non può esserci alcuna riconciliazione quando il crimine è ancora in corso. Soltanto quando avremo il coraggio di dire la verità sulle nostre vecchie favole arriveranno nuove storie a guidarci. Storie che riconoscono che il mondo naturale e tutti i suoi abitanti hanno dei limiti. Storie che ci insegnino come curarci l'un l'altro e rigenerare la vita entro quei limiti. Storie che facciano cessare una volta per tutte il mito della inesauribilità.

Nel 2016 Klein ha vinto il premio Sidney per la pace come Arundhati Roy, Noam Chomsky, Vandana Shiva, Desmond Tutu. Nel suo discorso all’accettazione del premio, oltre a rendere partecipe il mondo del proprio sconforto per la vincita del negazionista climatico Trump, condanna proprio il governo australiano per l’intenzionalità espressa di voler continuare a estrarre e utilizzare il carbone e per la poca sensibilità ecologica in senso lato e auspica l’avvento della  “giustizia climatica” attraverso una vera e propria guerra con guerrieri che insorgono per il diritto all'acqua pulita, alle buone scuole, per i lavori ben pagati, per la sanità universale.

Klein prosegue raccontando le sue due settimane di vacanza nell’estate del 2017 sulla Sunshine Coast della Columbia Britannica, un tratto frastagliato di costa caratterizzato da cupe foreste di sempre verdi che terminano contro scogliere e spiagge cosparse di legname. Il sito meteo del governo canadese prevedeva che il clima sarebbe stato fantastico, una lunga sequenza di giornate soleggiate cieli sereni e temperature superiori alla media. Quanto arrivò ai primi di agosto insieme alla sua famiglia, trovò una cappa biancastra che aveva inghiottito la costa, le temperature erano tanto basse da imporre il maglione. Il sole era oscurato per l'enorme quantità di fumo soffiato fin da oltre 600 km nell’entroterra dove erano in corso circa 130 incontrollati incendi forestali. Il fumo creò un proprio sistema meteo quell'anno, abbastanza potente da modificare il clima in una distesa di terre che corrispondeva all'incirca 100.000 miglia quadrate.

Questi incendi in tutta la parte ovest anche degli Stati Uniti ha fatto sì che ci sia un enorme superficie di territorio carbonizzato, decine di migliaia di vite sconvolte dalle ordinanze di abbandonare l'area, le case, le fattorie, le bestie perdute, le industrie da quella turistica alle segherie costrette a chiudere.

In luglio e in agosto il fumo proveniente da questa conflagrazione ha coperto un'area di 1.800.000 km² più grande di Francia, Germania, Italia, Spagna e Portogallo messi insieme ed è solo un'istantanea di un assai più lunga stagione dei fuochi. Alla fine dell'estate erano in fiamme grandi parti dell'ovest americano, un incendio a Los Angeles, per esempio, è stato il più grande mai registrato entro la cinta urbana. Un'emergenza incendio è stata dichiarata in ogni singola contea dello Stato di Washington. Nel Montana, un incendio forestale ha arso un migliaio di chilometri quadrati, il terzo rogo più grande nella storia della regione dai tempi della colonizzazione. Dagli anni 70 del secolo scorso la stagione dei fuochi negli Stati Uniti si è allungata di 105 giorni stando a un'analisi di Climate Central. Persino la gelida Groenlandia ha visto in estate grandi incendi insoliti. Jason Box, un climatologo di fama mondiale specializzato nei ghiacci groenlandesi, ha segnalato che le temperature in Groenlandia sono probabilmente le più alte degli ultimi 8 secoli.

Se il fuoco recita una parte cruciale nel ciclo forestale, poiché se lasciate a se stesse le foreste vanno periodicamente a fuoco, facendo così spazio alla crescita di nuove piante, senza i regolari fuochi naturali ora le foreste sono zeppe di combustibile e questo causa incendi fuori controllo. Infatti, c'è un sacco di materiale combustibile in più a causa dell’infestazione di curculionidi che si lasciano alle spalle enormi tratti pieni di alberi morti secchi e fragili. Ci sono prove schiaccianti del fatto che l'epidemia di questi coleotteri della corteccia è stata esacerbata dal calore e dalla siccità legati al cambiamento climatico.

Uno dei pericoli maggiori degli incendi è il carbonio liberato dalle foreste che ardono. Tre settimane dopo la calata del fumo sulla costa dove era in vacanza Naomi Klein, il totale annuale delle emissioni di gas serra per la provincia della Columbia Britannica era triplicato a causa degli incendi e stava ancora salendo. Questo aumento clamoroso delle emissioni fa parte di ciò che intendono i climatologi quando ci avvertono dei cicli di feedback: bruciare carbonio porta a temperature più alte e a lunghi periodi privi di piogge, che portano a più incendi che liberano più carbonio nell'atmosfera, che portano a condizioni più secche e calde e ad altri incendi. Un altro feedback letale del genere è implicato negli incendi in Groenlandia. Producono, infatti una fuliggine nera, nota anche come carbonio nero, che si deposita sulle calotte di ghiaccio, ingrigendole o annerendole. Il ghiaccio inscurito assorbe più calore di quello bianco che invece lo riflette, e così si scioglie più rapidamente, perciò il livello dei mari sale e con esso la liberazione di enormi quantità di metano, causando altro riscaldamento e altri incendi, che creano a loro volta più ghiaccio iscurito e più ghiaccio sciolto.

Intanto, il primo ministro canadese Justin Trudeau, approvò quell’anno un progetto da 7,4 miliardi di dollari che avrebbe triplicato la portata dell’oleodotto Kinder Morgan trans mountain che trasporta il greggio ad alto tasso carbonico dall’Alberta attraverso la Columbia britannica. Mentre il mondo bruciava era assurdo e incosciente pensare all'allargamento dell’oleodotto e ci fu la forte opposizione di tanti proprietari atavici delle terre, gli indigeni secwepemc.

La salute delle nostre comunità e famiglie riposa pesantemente sulla nostra capacità di pescare il salmone selvaggio e sull’accesso all'acqua potabile, entrambe attività a rischio se l'oleodotto Kinder Morgan dovesse rompersi o fosse toccato dagli incendi” dichiarò l'insegnante secwepemc Dawn Morrison.

Ribatté il primo ministro canadese Trudeau che nessun paese dopo aver trovato 173 miliardi di barili di petrolio sotto terra deciderebbe di lasciarli… e nello stesso tempo, denuncia Klein, c'era Donald Trump il cui crimini climatici erano troppe estesi e stratificati per poterli riassumere anche se valeva la pena ricordare che proprio in quell’estate del 2017 di inondazioni e di incendi, scelse di sciogliere il gruppo di consulenti federali che valutava gli effetti del cambiamento climatico negli Stati Uniti per dare anche lui via libera alle trivellazioni artiche nel mare di Beaufort!!!!

Che dire? I potenti sono troppo potenti e troppo miopi. Nel 2019 ho attraversato il famoso parco di Yosemite i California tornando dalla Death Valley direzione San Francisco e per quasi un’ora ho viaggiato in un paesaggio lunare dopo l’incendio che lo aveva devastato l’anno prima.

Basterebbe vedere una cosa del genere per cambiare idea e proteggere il clima. “Non è mica uno scherzo perdere il cielo” dice Naomi Klein.

La nostra casa collettiva è in fiamme, e tutti gli allarmi sono scattati in simultanea, suonano assordanti per reclamare disperatamente la nostra attenzione.”

In uno degli ultimi capitoli di questo libro la giornalista canadese riprende il Green New Deal presentato da Ocasio-Cortez  e Markey sostenendo che i significativi punti deboli dovranno essere rafforzati e allargati proprio come successe negli anni del New Deal originario.

La loro proposta è un inquadramento ancora vago e lascia fuori un sacco di cose e perché sia credibile deve comprendere un progetto concreto per garantire gli stipendi di tutti i posti di lavoro verdi che crea non siano immediatamente riversati in un stile di vita iperconsumista che finisce involontariamente per aumentare le emissioni creando una situazione in cui tutti hanno un buon lavoro un bel reddito e i soldi vengono spesi nei prodotti di bassa qualità  usa e getta importati dalla Cina e destinati presto alle discariche.

E’ il problema di quello che potremmo chiamare l'emergente keynesismo climatico: il boom economico del dopoguerra rianimò le economie che boccheggiavano, ma portò anche agli immensi insediamenti suburbani e a un’andata consumista che alla fine sarebbe stata esportata in ogni angolo del pianeta. I legislatori stanno ancora girando attorno al dilemma se stiamo parlando di sbattere i pannelli solari sul tetto di un supermercato definendola una scelta ecologica, oppure siamo pronti a trattenere qualcosa di più di una discussione preliminare sui limiti dello stile di vita che vede nello shopping il modo principale per ottenere identità comunità e cultura. Questo discorso è collegato ai tipi di investimento che anteponiamo nei nostri Green New Deal. Abbiamo bisogno di transizioni che prevedano severi limiti all'estrazione e in contemporanea creino nuove opportunità di significato nella vita della gente affinché trovi il piacere fuori dall’infinito ciclo consumista, che sia attraverso l'arte e divertimenti urbani sussidiati dal governo o grazie a un universale accesso alla natura. Inoltre, dato essenziale, è significativo verificare che l'orario di lavoro della gente le permetta di avere il tempo per questo genere di piaceri che non finisca prigioniera di un ciclo di super lavoro che richiede il rapido sollievo di fast-food e distrazioni ottundenti”

Questo tipo di cambiamento esistenziale di attività nel tempo libero può accrescere tangibilmente la felicità e l’appagamento, ma il pianeta non può reggere il sogno impossibile di lussi privati per tutti.

L'economista Kate Raworth definisce nel suo libro “L'economia della ciambella”[11] il rispondere ai bisogni di tutti entro i mezzi del pianeta attraverso economie che ci facciano prosperare anche se non crescono, focalizzandosi sul diritto a una buona vita in quanto opposta a una vita del consumo infinito e dell'obsolescenza programmata.

Ci saranno i cambiamenti, ci saranno aree in cui su cui dovremmo attuare riduzioni tra cui gli spostamenti in aereo, il consumo di carne e l'utilizzo eccessivo di energia, ma ci saranno anche nuovi piaceri e nuovi spazi in cui potremo creare l'abbondanza.

Dopo aver sguazzato nella mia parte e forse anche di più della mia parte di rovine all’indomani di uragani e super tempeste da Katrina, Sandy a Maria e respirato troppa aria satura di particolati da troppe foreste in fiamme per combustione spontanea, sono abbastanza sicura quando dico che un futuro con un clima scombussolato è un futuro tetro e austero, che sarà in grado di ridurre in macerie cenere ogni nostro possesso materiale. possiamo fingere che sia un'operazione plausibile prolungare nel futuro lo status quo. Però è un’illusione.”

Naomi Klein ha prodotto insieme ad Alexandria  Ocasio-Cortes un video di 7 minuti dal titolo “Messaggio dal futuro” in cui quest’ultima narra il futuro ambientato un paio di decenni in avanti se viene attuato il Green New Deal che in solo 48 ore fu visto da 6 milioni di persone e che fu poi presentato all’interno di una tournée nazionale per presentare il Green New Deal organizzata dal Sunrise Movement. Molti insegnanti lo fecero vedere agli studenti. Soltanto se sappiamo da dove veniamo e dove vogliamo andare, avremo un terreno solido su cui posare i piedi. “Soltanto allora crederemo, come dice Ocasio-Cortez nel film, che il nostro futuro non è ancora stato scritto e possiamo essere tutto quello che abbiamo il coraggio di vedere.”

In sintesi, il Green New Deal creerà una grande quantità di posti di lavoro, finanziandolo creeremo un’economia più giusta che sfrutta il potere dell’emergenza, è a prova di rinvii, è a prova di recessione, è anti-reazione, può mobilitare un esercito di persone favorevoli, costruirà nuove alleanze e fregherà la destra.

L'ostacolo di gran lunga più grosso che ci si para di fronte è la disperazione. La sensazione che sia troppo tardi ,che abbiamo lasciato correre troppo a lungo, e che non concluderemo mai il lavoro con una scadenza così ravvicinata. E sarebbe tutto vero se il processo di trasformazione dovesse partire da zero, ma in realtà ci sono decine di migliaia di persone, organizzazioni che preparano da decenni un progresso in stile Green New Deal. Secondo la giornalista, l'ideologia liberista thatcheriana sta svanendo e al suo posto affiora una nuova idea di umanità. Viene dalle strade, dalle scuole, dai posti di lavoro e persino da alcuni governi.

È una concezione che asserisce che tutti noi insieme formiamo il tessuto della società e che quando scommettiamo sul futuro della nostra esistenza, non c'è nulla che non possiamo raggiungere.

È uscito a febbraio 2021 il libro “Clima come evitare un disastro” di Bill Gates. Prima di chiudere questo mio lavoro, ho pensato che fosse bene sentire quello che ha da dire uno degli uomini più ricchi, sicuramente, e più intelligenti, forse, del mondo. È un saggio di 368 pagine scritto da un tecnocrate che cerca di spiegare in modo semplice le varie fonti di energia a bassa emissione di Co2 rapporto costi-benefici e che pensa che chi legge è meno intelligente di lui. Quest’ultima affermazione è probabilmente vera nel 99% dei casi, ma sentirsi considerati/e quasi dei minus habens dà un po’ fastidio. Dico questo perché per ogni argomento parte da Adamo ed Eva e a questo punto della faccenda, quando non abbiamo più tempo, come dice Greta, il suo libro poteva essere più corto di almeno 100 pagine e avremmo risparmiato qualche albero in più, tanto utile a contrastare le emissioni di CO2.

A parte le polemiche, il testo si può riassumere in poche righe. Bill Gates non consiglia di consumare meno alle popolazioni ricche del pianeta (perché secondo lui è impensabile), mentre si auspica che il Terzo Mondo arrivi al benessere (e quello credo che se lo augurino in tanti/e). Quando si arriva al benessere, cioè quando si possiede la luce elettrica, si fa una corretta alimentazione, si possiede un’auto…  si consuma di più…  logicamente si emettono molti gas serra in più. Se oggi emettiamo nell’atmosfera cinquantuno miliardi di gas serra annui e dovremmo mirare a emissioni zero, considerando anche le nuove emissioni dei paesi del Terzo Mondo abbiamo bisogno di soluzioni SERIE per non aggravare ulteriormente il cambiamento climatico.

I gas serra sono prodotti da: Produzione di energia elettrica, produzione industriale, produzione di animali da carne e coltivazioni, trasporti, riscaldamento e climatizzazione.

La ragione per cui il mondo emette così tanti gas serra è che, fintanto che si ignorano i danni a lungo termine che provocano, le attuali tecnologie energetiche sono di gran lunga le più economiche disponibili, sostiene Gates, e fa riferimento costantemente ai Green Premium.  I Green Premium sono diversi a seconda a cosa si riferiscono, i vari tipi di elettricità, i vari carburanti, il cemento e così via… L’entità del Green Premium dipende da cosa si sta sostituendo e da ciò con cui si sta sostituendo. Ad esempio, il prezzo medio al dettaglio per un litro di carburante per jet negli Stati Uniti è stato negli ultimi anni, di 0,58 $. I biocarburanti avanzati per jet, costano in media 1,41 $ al litro. Il Green Premium per carburante a zero emissioni è dato dalla differenza fra questi due prezzi, ossia 0,83 $. Si tratta di oltre il 140%. In rari casi un Green Premium può avere un valore negativo, quando il passaggio all'energia verde è più conveniente che continuare ad affidarsi ai combustibili fossili. Almeno per adesso. Ecco perché oltre alla buona volontà, servono in fretta, innovazioni serie per fare la transizione ecologica in tutto il Pianeta.

Al contrario di Vandana Shiva, Bill Gates è favorevole alla Rivoluzione Verde con varietà di coltivazioni e di bestiame in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici attraverso miglioramenti genetici.

Al contrario di Naomi Klein, Bill Gates è favorevole e finanzia alcuni progetti di geoingegneria. L'idea fondamentale per cui propende è di operare cambiamenti temporanei negli oceani o nell’atmosfera al fine di abbassare la temperatura del pianeta.  Questi cambiamenti non si propongono di sollevarci dalla responsabilità di ridurre le emissioni, sostiene, ma ci darebbero solo un po' di tempo in più per raccogliere le idee. Si tratterebbe per esempio, di ridurre la quantità di luce solare che colpisce la terra e potremmo farlo in diversi modi. Uno prevede la distribuzione di particelle estremamente fini, nell'ordine di qualche milionesimo di centimetro di diametro, degli strati superiori dell'atmosfera. Gli scienziati sanno che queste particelle disperderebbero la luce del sole e provocherebbero un raffreddamento. Un altro sistema geoingegneristico prevede l'utilizzo di nuvole riflettenti in modo che la luce del sole verrebbe dispersa dalla parte superiori delle nubi e in questo modo raffreddare la Terra e potrebbe essere fatto con un getto salino vaporizzato che permette alle nuvole di riflettere più luce. Secondo Bill Gates, questi interventi sarebbero relativamente economici rispetto all'entità del problema e che l’effetto sulle nuvole durerebbe poco tempo, circa una settimana, per poi eventualmente ripeterlo, ma anche sospenderlo, senza conseguenze a lungo termine.

FORSE, DICO FORSE.

La difficoltà potrebbe essere soprattutto legata a problemi politici perché l’esperimento dovrebbe interessare l’intero pianeta e dal momento che l'atmosfera è letteralmente una questione interesse globale, nessuna nazione può decidere autonomamente di provare la geoingegneria da sola e avremmo bisogno quindi di un largo consenso.

Bill Gates è inoltre favorevole al nucleare di nuova generazione, in cui ha anche messo ingenti capitali per la ricerca, perché è energia pulita e sicura.

Le ultime trenta pagine le dedica a dare dei consigli (a noi dei paesi ricchi) del tipo comprare auto elettriche, mangiare hamburger vegetali, ridurre le emissioni domestiche (pompa di calore al posto della caldaia, isolare termicamente le finestre, usare le lampadine a led).

Le argomentazioni su cui mi ha trovato subito d’accordo è che ci devono essere maggiori finanziamenti pubblici per la ricerca, che si devono aumentare gli incentivi sulle scelte ecologiche e disincentivare le emissioni di CO2 attraverso una tassazione. Sollecita il/la cittadino/a candidarsi politicamente per incidere sul sistema.

Se avesse detto: noi ricchi cerchiamo di consumare di meno, sarebbe stato ipocrita, lo comprendo, ma sarebbe stato bello leggerlo almeno una volta.

Greta ci dice invece, che quando la casa è in fiamme non stai a prenderti il soprammobile, ma scappi.

CONCLUSIONI

Sono consapevole di aver ripetuto diversi concetti, ma credo sia un bene vedere che molti pensatori la pensano in maniera simile. Repetita Iuvant:

Fare BENE la raccolta differenziata;

Non usare l’aereo;

Non usare la plastica;

Camminare a piedi o in bicicletta;

Usare mezzi elettrici;

Mangiare la carne una volta la settimana o meglio ancora, diventare vegetariani. Piantare tanti, tanti, tanti alberi “adatti” come Vandana Shiva comanda.

Non diserbare chimicamente;

Non utilizzare fertilizzanti chimici;

Non usare antiparassitari;

Mettere il fotovoltaico;

Fare attenzione a diventare vittime del “datismo”;

Essere umani e umane;

Tornare a Terra Madre;

.

Poi arriva una pandemia mondiale a tenerci tutti/e a casa e a meditare.

Ma meditare è un bene, lo fa per due ore al giorno anche Yuval Noah Harari e tanti altri uomini e tante altre donne.

FINE PRIMA PARTE

Soverato, 15 marzo 2021

 

Letture

“La fine della fine della Terra” di Jonathan Franzen  ed. Einaudi;

“Primavera silenziosa” di Rachel Carson ed. Universale Economica Feltrinelli;

“Terra madre – sopravvivere allo sviluppo” di Vandana Shiva - ed..Utet;

“Sul filo di lana” di Loretta Napoleoni - Ed. Mondadori;

“L’economia della felicità” Docufilm di Helena Norbert-Hodge – Terra Nuova Edizioni Docufilm;

“Possiamo salvare il mondo, prima di cena” di Jonathan Safran Foer – Ugo Guanda Editore;

“Ecocidio – Ascesa e caduta della cultura della carne” di Jeremy Rifkin – Oscar Mondadori;

“Siete pazzi a mangiarlo!” di Christophe Brusset - ed. Piemme;

“Una scomoda verità” Docufilm di Al Gore;

“La società a costo marginale zero” di Jeremy Rifkin – ed. A.  Mondadori;

“Economia all’idrogeno” di Jeremy Rifkin ed. Saggi Mondadori;

“Ami, acciaio e malattie” di Jared Diamond ed. Super ET

Trilogia di Yuval Noah Harari ( Sapiens – da animali a Dei; Homo Deus – breve storia del futuro; 21 Lezioni per il XXI secolo)

“La nostra casa è in fiamme” di Greta Thumberg – Svante Thumberg – Beata Ernman e Malena Ernman – ed. Mondadori;

“Il Mondo in fiamme” – contro il capitalismo a salvare il pianeta – di Naomi Klein – ed. Feltrinelli;

“CLIMA – Come evitare un disastro – Le soluzioni di oggi. Le sfide di domani - Bill Gates ed Lanave di Teseo;



[1] Accaparramento di terre: le aziende, soprattutto le multinazionali occidentali, hanno puntato e puntano ad acquisire enormi estensioni di terreno da utilizzare per la coltivazione intensiva di prodotti da esportare (in particolare, sono utilizzate per produrre materie prime che, a loro volta, saranno utilizzate per la produzione di biocarburanti).

[2] Sociologa, professoressa e militante politica, Maria Mies è nota per aver lavorato sul rapporto (the marriage) tra capitalismo e patriarcato, nonché per essere tra le prime pensatrici e interlocutrici dell’Ecofemminismo. È stata docente di Sociologia presso la University of Applied Sciences (UAS) di Colonia – città dove attualmente vive – fino al 1993, anno in cui ha abbandonato l’insegnamento, per dedicarsi completamente all’attività di intellettuale e attivista, organizzando convegni e conferenze, scrivendo e prendendo parte all’azione di piazza. Nel 1979 è stata convocata per fondare, presso l’Istituto di Scienze Sociali (ISS) de L’Aia, il master in Women and Development, uno dei primissimi percorsi accademici incentrati sulla woman question. In questo cangiante contesto, Mies è entrata in contatto con donne provenienti da tutto il mondo e ciò l’ha portata a muovere una netta critica a tutte le posizioni e narrazioni eurocentriche, raccontando e riflettendo sulle condizioni di donne, natura e lavoratori (le colonies) non solo del Nord, ma soprattutto del Sud del mondo.

[3] Francis Bacon (1561-1626) : “sapere è potere”. E potere significa dominio sulla natura.

[4] Robert Boyle – Scienziato e governatore della Nuova Inghilterra.

[5]  “ la ricchezza delle nazioni” di Adam Smith - (Kirkcaldy, 5 giugno 1723 – Edimburgo, 17 luglio 1790) filosofo ed economista scozzese.

[6] Norman Ernest Borlaug (Cresco, 25 marzo 1914 – Dallas, 12 settembre 2009) è stato un agronomo e ambientalista statunitense, vincitore del Premio Nobel per la pace nel 1970, definito il padre della Rivoluzione verde.

[7] Il termine rivoluzione verde è stato coniato per indicare un approccio innovativo ai temi della produzione agricola che, attraverso l'impiego di varietà vegetali geneticamente selezionate, fertilizzanti, fitofarmaci, acqua e altri investimenti di capitale in forma di nuovi mezzi tecnici e meccanici, ha consentito un incremento significativo delle produzioni agricole in gran parte del mondo tra gli anni quaranta e gli anni settanta del secolo scorso.

[8] Paul DeBach – entomologo 28 dicembre 1914 (età 106 anni), Miles City, Montana, Stati Uniti.

[9] Raymond Albert Kroc, detto Ray (Oak Park, 5 ottobre 1902 – San Diego, 14 gennaio 1984), è stato l’imprenditore statunitense che ha creato la catena dei ristoranti McDonalds.

[10] James Lovelock “GAIA – nuove idee sull’ecologia” Un testo che ha rivoluzionato l’ecologia attraverso una nuova prospettiva.

[11] Diagramma a ciambella: La ciambella è organizzata in modo tale che al centro siano distribuite in diverse categorie le carenze essenziali delle persone, mentre all’esterno della ciambella sono contrapposti i limiti ecologici dei sistemi naturali (come, ad esempio, cambiamento climatico, inquinamento chimico, perdita di biodiversità). Proprio tra questi due insiemi di limiti esiste uno spazio per l’umanità, equo sia dal punto di vista sociale che naturale.

 

 

 
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